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Libro Andrea Camilleri, Inseguendo un'ombra: sulle orme della faccia ferina dell'Umanesimo di Sciascia

19/03/2014 14:44
Libro Andrea Camilleri Inseguendo un'ombra sulle orme della faccia ferina dell'Umanesimo di Sciascia

"Inseguendo un'ombra" è un'opera "verosimile", un "falso" secondo uno storico: "In tal caso" - sottolinea Camilleri - "mi farei dare autorevole mano da Italo Calvino quando scrive che la letteratura trova il suo posto e la sua verità nella mistificazione, e quindi «un falso, in quanto mistificazione di una mistificazione, equivale a una verità alla seconda potenza».

Inseguendo un'ombra di Andrea Camilleri (Sellerio editore Palermo) - Camilleri, tuttavia, si propone due requisiti: non vuole scrivere un romanzo storico e vuole, invece, indagare sulle tracce esistenziali dell'ombra protagonista. Nell'estate del 1980, Camilleri, in visita dall'amico pittore Arturo Carmassi, riceve in dono un catalogo di una mostra del 1972, impreziosita dalla presentazione di Leonardo Sciascia, "La faccia ferina dell'Umanesimo". Sono pagine poco conosciute che impressionano Camilleri e che vengono riportate: “Io stavo inseguendo un'ombra: un personaggio di difficile, sfuggente e mutevole identità; misterioso, indecifrabile. Un ebreo siciliano (di Girgenti, della Girgenti che sarà poi di Pirandello) del secolo XV che in età di ragione si converte e si fa battezzare cristiano; e prende il nome di colui che lo tiene a battesimo, il conte Guglielmo Raimondo Moncada; e con questo nome si fa prete cattolico, riceve dalla Chiesa beni sottratti dalla sua gente, e contro la sua gente li tiene e li difende; e poi va Roma, esperto di lingue orientali in Curia e predicatore di fama; e poi, caduto in grave errore, perde lo stato ecclesiastico e i beni; scompare; ricompare, col nome di Flavio Mitridate, maestro di lingue e cabale orientali a Pico della Mirandola. Gli storici siciliani che si sono occupati di lui lo lasciano al momento in cui la Curia romana gli ritoglie i beni; gli studiosi di Pico lo ritrovano come Flavio Mitridate. L'anello di collegamento tra le due identità è un Guglielmo di Sicilia che nelle cronache del tempo è detto giudeo di nascita e profondo conoscitore della religione ebraica: «e ha svelato tanti segreti dei giudei che noi finora non conoscevamo, e dimostrato che essi persistono nei loro errori non tanto per cecità e ignoranza quanto per una inveterata ostinazione» (il che, è il caso di dire, aggiungeva legna ai roghi dell'Inquisizione). Ma che cosa succede a Guglielmo di Sicilia, alias Guglielmo Raimondo Moncada, alias Giuda Samuel ben Nissim Abul Farag, perché perda i privilegi conquistati con tanto zelo e diventi Flavio Mitridate? Probabilmente, dice il suo più attento biografo, François Secret, commette un omicidio. Traditore del suo popolo, mistificatore di dottrina (dice Levi della Vida); e anche omicida. E non basta: una parola, naar, resta sospesa e controversa nei suoi rapporti con Pico; e un'altra lancia, metafora erotica allora frequente, aggiunge probabilità a un rapporto equivoco, torbido”.
Sciascia inseguirà l'ombra fino al 1986 con “Delle cose di Sicilia”: in uno dei volumi dell'antologia, curati per la casa editrice di Elvira Sellerio, pubblica le due biografie, quella di Raffaele Starrabba e quella menzionata di Secret.

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Samuel ben Nissim Abul Farag ha quindici anni. Alto e magro, con i capelli ricci e neri, gli occhi grandi e vigili, il naso adunco, la carnagione chiara. Conosce l'ebraico, il greco, il latino, il caldeo, l'aramaico e l'arabo. Di notte, il padre Nissim gli spiega gli scritti della qabbaláh: “ma soprattutto con lui ragiona delle ventidue lettere dell'alfabeto ebraico e delle dieci sefirot, o numeri primordiali, della cui combinazione Dio si è servito per creare il mondo. In principio non è stato il Verbo, ma sono stati il Verbo e il Numero. Da lì, le cose, e la ragione delle cose, e la conseguenza delle cose, sono tutte già scritte ma tutte da decifrare”.
Il rabbi Nissim sa che quel figlio è destinato a diventare una personalità di spicco. Colto e stimato, Nissim arrotando le entrate preparando pozioni ben retribuite a facoltosi clienti cristiani. Samuel deve consegnarne una a Donna Virginia, un rimedio contro la sterilità per concepire un erede che aggiusti certe questioni patrimoniali, e una a Don Ramunno che l'aiuti a recuperare la virilità di gioventù. Sta per uscire di casa, ma viene richiamato dalla madre: sulla camicia nuova manca, infatti, la rotella di panno rosso che tutti gli ebrei fuori dalla judicca devono esibire sul petto. Mentre gli viene cucita la rotella, per la prima volta, Samuel riflette su quel simbolo di diversità eterna: “Che minchiata sullenni! Che grannissima fissaria! Come può un pezzettino di panno colorato segnare veramente una differenza? La vera differenza tra un uomo e un altro uomo semmai risiede nelle loro teste, nei loro pensieri, e non nelle insegne, nelle bandiere, nelle divise, nelle rotelle di panno. Queste sono tutte cose che si possono cangiare a seconda delle occasioni, delle circostanze. Più difficile deviare il corso dei pensieri di un uomo, ma anche quello si può fare. Comunque, non c'è questione. I cristiani lo vogliono diverso? Non li deluderà”.
Intanto, attraversa quella campagna di Caltabellotta benedetta - da Dio secondo i cristiani, dal fiume Verdura secondo lui - lungo un sentiero di capre con molte grotte naturali. Sosta in una di queste con una vasca di acqua: svuota l'ampolla destinata a Donna Virginia, suo padre perderà una cliente “ma perchè far nascere un altro cristiano, un altro sputacchiatore di ebrei?”. La polvere per Don Ramunno, invece, la venderà a Salvatore Indelicato, il maestro di erbe. Il ricavato lo nasconderà nel pozzo di Cirinnà, dove sta mettendo da parte un bel gruzzoletto: del segreto, ne è a conoscenza solo Hakmet che sta per raggiungerlo nella grotta.

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Di lì a poco, Samuel dovrà a rifugiarsi nel convento di frate Arrigo. Il padre maledice il figlio davanti agli abitanti della judicca. Con la fronte e la nuca immersi nell'acqua benedetta, battezzato con il nome del padrino, il conte Guglielmo Raimondo Moncada, Samuel resuscita a nuova vita: “Le spoglie dell'ebreo Samuel ben Nissim Abul Farag, il cui nome è stato tre volte maledetto da chi lo generò, le sta disperdendo il vento che si sente sibilare al di là delle vetrate della cattedrale”.
Andrà a Napoli per impratichirsi dei bassifondi e “attraverso la loro assunzione quotidiana mitridatizzarsi contro il veleno di sentimenti debilitanti quali la pietà e l'amore”. Diventerà celebre grazie alle dispute pubbliche con i rabbini più colti. Giungerà a Roma, sotto l'ala protettrice di Giovanni Battista Cybo, futuro papa Innocenzo VIII. Sarà incaricato da Papa Sisto IV del Sermo de passione Domini in occasione delle predica del Venerdì Santo in San Pietro. Poi cadrà "in grave errore". Fuggitivo in Germania, torna in Italia come Flavio Mitridate, stimato letterato umanista al servizio del Duca di Urbino e Pico della Mirandola.

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Sciascia ha notizia di un manoscritto, custodito nella Biblioteca Vaticana, di un "supposto" ritratto di Mitridate che “mostra un uomo «grasso, sensuale, ipocrita, beffardo». In esso Sciascia vede, in opposizione alla «pensosa bellezza» di Pico della Mirandola, alla sua «giovinezza cara agli dei», la faccia ferina dell'Umanesimo”. Camilleri, invece, è convinto del contrario, non dovrebbero esistere ritratti: “Il nome, la personalità stessa, possono cambiare. La faccia, almeno allora, no, è il signum identificationis di ogni singolo esistere. Samuel-Guglielmo-Flavio sa d'essere destinato a non avere un volto reale. Immaginari, quanti se ne vuole”.

 
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Scritto da
Carla Paulazzo
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