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Ernest Hemingway, Addio alle armi: dal libro al cinema, l'esperienza del volontario sul fronte italiano nel 1918

29/01/2014 14:00
Ernest Hemingway Addio alle armi dal libro al cinema l'esperienza del volontario sul fronte italiano

Classici - Ernest Hemingway pubblica "Addio alle armi" nel 1929: il libro si rivela presto un bestseller acclamato da critica e pubblico. Del romanzo sono stati tratti diverse trasposizioni cinematografiche, tra cui quella diretta da Charles Vidor e John Houston con Rock Hudson, Vittorio De Sica e Alberto Sordi.

Addio alle armi è la storia che Hemingway voleva raccontare dai tempi dell'esperienza di guerra sul fronte italiano nel 1918. Comincia a scriverla nel marzo del 1928 a Parigi. All'epoca, s'imbarca con la seconda moglie Pauline per L'Avana. È una traversata di diciotto giorni. In aprile i coniugi raggiungono Key West dove Hemingway lavora senza sosta: sveglia all'alba, scrive fino a mezzogiorno, va a pescare nel pomeriggio e si corica la sera presto. A Key West riceve la visita della madre e del padre medico, già provato per l'infelice investimento di un terreno in Florida, in seguito al quale si toglie la vita.
Pauline partorisce il 27 giugno a Kansas City: le diciotto ore di travaglio e il taglio cesareo ispireranno l'ultimo capitolo di "Addio alle armi". Hemingway porta la moglie e il bambino nella casa di famiglia. Nel frattempo, parte per il Wyoming dove completare il romanzo. Pauline lo raggiunge il 18 agosto - due giorni prima la realizzazione della prima stesura. Quando la moglie torna a Key West, Hemingway si reca a New York per accompagnare il primogenito in Florida. Durante il viaggio riceve il telegramma della sorella che lo informa del suicidio del padre. Scrive al suo editore e a diversi amici con la richiesta di un prestito. È Fitzgerald a mandargli un vaglia postale. Affida il figlio al controllore del treno e raggiunge Oak Park, il sobborgo di Chicago, per tamponare le precaria situazione economica della sorella e della madre. Nel romanzo scorge la possibilità di un miglioramento delle sorti finanziarie. Torna a Key West per ultimarne la revisione.

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Vittorio De Sica candidato all'Oscar - "Addio alle armi" esce il 27 settembre 1929, un mese prima del crollo della Borsa di Wall Street. Sale in testa alle classifiche di vendite diventando in poco tempo un bestseller, accolto con entusiasmo da critica e pubblico. All'epoca, del romanzo viene realizzata una versione teatrale diretta da Lawrence Stallings, portata in scena al Nationale Theatre di New York nel 1930, e una prima trasposizione cinematografica per la regia di Frank Borzage con Gary Cooper nel 1932.
Delle successive trasposizioni ricordiamo quella del 1957, diretta da Charles Vidor e (non accreditato) John Huston con protagonista Rock Hudson e Jennifer Jones - tra gli interpreti italiani Vittorio De Sica (per il ruolo del capitano Rinaldi riceve una nomination agli Oscar come miglior attore non protagonista) e Alberto Sordi (nella parte del cappellano). La pellicola, prodotta da David O. Selznick, fu inserita nella lista dei dieci film migliori dell'anno dal National Board of Review of Motion Pictures.
In Italia, il governo di Mussolini ne vieta la pubblicazione.

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Tra romanzo e autobiografia - Critici e biografi cominciano a scandagliare l'opera dal punto di vista autobiografico: nel romanzo il ferimento di Hemingway a Fossalta di Piave è trasferito sull'Isonzo, a nord di Plava; l'amore per l'infermiera Catherine Barkley deriva dalla sublimazione di tre donne amate; la disfatta di Caporetto restituisce il morale avvilito delle truppe grazie all'esperienza vissuta in prima persona da giornalista durante la ritirata greca in Tracia nel 1922. Anche ai personaggi del romanzo si tenta di dare volto e nome: il chirurgo capitano Rinaldi sarebbe ispirato al capitano Enrico Serena, il chirurgo Valentini al capitano Sammarelli, il conte Greffi di Stresa al conte Emanuele Greppi, il cappellano a don Giuseppe Bianchi.

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I sacrifici erano come i macelli di Chicago - Hemingway predilige una narrazione essenziale secondo la necessità di scrivere in modo semplice le cose conosciute: in questo caso, si tratta dell'orrore della guerra. Una guerra inutile, odiata da tutti, voluta da chi controlla il paese per stupidità.
Nel contrappunto dei dettagli echeggiano disperazione, miseria e sofferenza lungo il leitmotiv infine pacifista: “Non dissi niente. Ero sempre imbarazzato dalle parole sacro, glorioso e sacrificio e dall'espressione invano. Le avevamo udite a volte ritti nella pioggia quasi fuori dalla portata della voce, in modo che solo le parole urlate giungevano, e le avevamo lette su proclami che venivano spiaccicati su altri proclami, da un pezzo ormai, e non avevo visto niente di sacro, e le cose gloriose non avevano gloria e i sacrifici erano come i macelli a Chicago se con la carne non si faceva altro che seppellirla. C'erano molte parole che non si riusciva ad ascoltare e si finiva che soltanto i nomi dei luoghi avevano dignità. Anche certi numeri e certe date, e coi nomi dei luoghi erano l'unica cosa che si potesse dire che avesse un significato. Parole astratte come gloria, onore, coraggio o dedizione erano oscene accanto ai nomi concreti dei villaggi, ai numeri delle strade, ai nomi dei fiumi, ai numeri dei reggimenti e alle date”.
Alla fine il tenente americano, conducente di autoambulanze a servizio della Croce Rossa Americana, diserta: “Se la gente porta tanto coraggio in questo mondo, il mondo deve ucciderla per spezzarla, così naturalmente la uccide. Il mondo spezza tutti quanti e poi molti sono forti nei punti spezzati. Ma quelli che non spezza li uccide. Uccide imparzialmente i molto buoni e i molto gentili e i molti coraggiosi. Se non siete fra questi potete essere certi che ucciderà anche voi, ma non avrà una particolare premura”.
Il protagonista raggiunge l'amata Catherine, in dolce attesa, per tentare un futuro in Svizzera: la fuga notturna, le speranze, la fine delle illusioni.

 
© Riproduzione riservata
Scritto da
Carla Paulazzo
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