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Recensione 12 anni schiavo: dal libro di Solomon Northup al film di Steve McQueen

24/02/2014 15:00
Recensione 12 anni schiavo dal libro di Solomon Northup al film di Steve McQueen

"12 anni schiavo" (Newton Compton Editori) di Solomon Northup, nato libero e rapito per essere venduto in una piantagione sul Bayou Buf, vicino a Homesville in Louisiana: "Non millanto di sapere come si presenti negli altri Stati; in queste pagine, è sinceramente e obiettivamente descritta per ciò che è nella zona del Red River. Questa non è un'opera di finzione, non ci sono iperboli. Se ho fallito in qualcosa, è stato semmai nel presentare al lettore gli aspetti meno bui della schiavitù".

12 anni schiavo, il libro - Solomon Northup nasce libero. Istruito, eccellente violinista, talento che si rivelerà fonte di consolazione per sé e i compagni di schiavitù. Nel 1929 sposa Anne Hampton. Nonostante sia nero e destinato a una bassa posizione sociale, Solomon si concede il tentativo di un futuro migliore. Lavora come domestico, poi da operaio e trasportatore nel settore della navigazione - l'esperienza manuale e geografica tornerà di utilità. Con i risparmi pianifica l'acquisto di una fattoria a Kingsbury, sulla sponda orientale dell'Hudson. Quando non si occupa dei campi, si guadagna da vivere suonando il violino nelle feste, mentre la moglie lavora come cuoca. Solomon e Anne conquistano presto uno stato di agiatezza. Nel marzo del 1834 si trasferiscono a Saratoga Springs. Solomon viene assunto come cocchiere, Anne cucina allo United States Hotel. D'inverno, lui arrotonda grazie al violino o la costruzione della ferrovia. È la primavera del 1841, i Northup sono conosciuti e rispettati nella rinomata cittadina termale. Hanno tre figli. Vivono ancora in condizioni di prosperità, ma devono tenere il passo adeguandosi ai valori locali “più propensi all'inattività e allo sperpero”, invece della “laboriosità e del risparmio” che caratterizzano la vita agricola. Una mattina di marzo, Solomon sta passeggiando in centro, chiedendosi dove tentare un impiego in attesa della stagione lavorativa. Tra Congress Street e Broadway incontra due gentiluomini di una compagnia circense, dicono, in cerca di un musicista.

Padron Epps - Solomon Northup, dopo essere stato drogato, si risveglia in catene, senza denaro né documenti. Tenuto da James H. Bursch, noto mercante di schiavi di Washington, in un recinto adibito al bestiame umano, con celle nascoste al resto del mondo. Sul brigantino Orleans, Solomon sarà ribattezzato Platt. Rivenduto al mite William Ford, agli ordini del suo crudele sorvegliante Tibeats, Platt non vede l'ora di cambiare padrone. Da Padron Edwin Epps rimpiangerà quel desiderio. Epps è un volgare omone con i capelli e gli occhi chiari. Dedito alla bottiglia, le sue sbornie durano settimane. Da sobrio è riservato e scaltro. Da ubriaco diventa spaccone e chiassoso divertendosi a fare ballare i suoi schiavi e frustrandoli solo per rallegrarsi nell'avvertirne la sofferenza inflitta. Quando va bene, nel cuore della notte, li riunisce nella casa padronale. Mentre Platt suona il violino, Epps - con la frusta, al ritmo di “Ballate, negri maledetti, ballate” - festeggia fino al mattino: “Chini sotto il peso dell'eccessiva fatica, disperatamente bisognosi di riposo e pronti ormai a gettarsi a terra e piangere, tante furono le notti in cui Edwin Epps costrinse i suoi schiavi infelici a ballare e ridere nel salone di casa”.

La routine dello schiavo - Il primo giorno di raccolta del cotone per un nuovo bracciante significa essere frustato continuamente, allo scopo di determinarne la capacità di lavoro. Comunque, non può scendere sotto le duecento libbre.
Gli schiavi raggiungono i campi all'alba. Con la luna piena, vi rimangono fino a notte fonda. A fine giornata, durante la pesa del cotone, “non importa quanto sia spossato e dolente, quanto desideri riposare e dormire, lo schiavo che si presenta alla sala per la sgranatura proverà soltanto terrore”: lo attendono le frustrate, anche con una raccolta superiore, perché il padrone ne terrà conto per la volta successiva. Dopo i campi, i compiti non sono finiti: bisogna dare da mangiare agli animali, tagliare la legna e così via.
Platt non è dotato per raccogliere il cotone e viene presto utilizzato in altre mansioni di fatica.
Non passa giornata senza scudisciate: “Venticinque sono considerate una semplice ripassata, inflitte per esempio se mescolata al cotone si trova una foglia secca, o un pezzo della capsula, o quando si spezza un ramo sui campi; cinquanta sono la punizione consueta per tutte le cose peggiori; cento è un castigo reputato severo: viene somministrato a chi è reo del grave oltraggio di fermarsi a riposare nel campo; da centocinquanta a duecento per chi litiga con i compagni di capanno, e cinquecento frustate ben assestate, magari insieme ai morsi dei cani, sono sicuro motivo di una settimana di dolore e agonia per il povero, misero fuggiasco”.

Patsey, la regina dei campi - Patsey, la più infelice delle creature conosciuta da Platt, ha ventitré anni. Discende da un “negro della Guinea”. È la più straordinaria raccoglitrice di cotone di tutto il Bayou Bœuf. Usa entrambe le mani per cinquecento libbre al giorno: “Patsey era magra e slanciata. Aveva la postura più eretta che il corpo umano possa assumere. I suoi movimenti avevano qualcosa di altezzoso che né la fatica né la stanchezza o le punizioni potevano cancellare. Patsey era davvero un esemplare meraviglioso, e se la vita in cattività non avesse ammantato il suo intelletto di un'oscurità totale ed eterna, avrebbe spiccato tra decine di migliaia di suoi simili. Sapeva scavalcare d'un balzo il più alto dei recinti e doveva essere davvero veloce il cane che fosse in grado di superarla nella corsa. Non c'era cavallo che riuscisse a disarcionarla. Era un'abile cocchiera. Era tra i migliori quando si trattava di dissodare il terreno e nel tagliare la legna non aveva rivali. Quando di notte veniva dato l'ordine di cessare il lavoro nei campi, Patsey riusciva a portare i muli al granaio, togliere i finimenti, nutrigli e strigliarli prima ancora che zio Abram avesse ritrovato il cappello. Eppure, non era famosa per nessuna di queste cose. Il movimento delle sue dita era rapido come un fulmine e per questo, quando veniva il tempo del raccolto, era la regina dei campi”. Ha un'indole allegra. È felice per il solo fatto di esistere, ma soffre più dei suoi compagni: “Sulla schiena portava le cicatrici di mille frustrate; non perché fosse indolente sul lavoro, non perché avesse un animo ostile e ribelle, ma perché era stato suo destino finire schiava di un padrone licenzioso e di una signora gelosa. La giovane si ritraeva dinanzi all'occhio lussurioso del primo e rischiava persino la vita per mano della seconda, e i due erano per lei una vera maledizione”.
Scuoiata viva, vittima di odio e lussuria, quella “schiava dalla mente semplice nel cui cuore Dio aveva piantato il seme della virtù” è causa di litigi permanenti tra i coniugi Epps.
Una domenica Patsey sarà flagellata. L'episodio spegnerà il suo spirito: “sprofondò in un umore luttuoso e scostante e spesso si svegliava nel cuore della notte e supplicava misericordia”. Liberato all'inizio del gennaio del 1853, Solomon l'abbraccerà prima di andarsene.

Il film - Candidato a nove Oscar, la fedele trasposizione cinematografica di Steve McQueen diverge in pochi, secondari, dettagli dal libro per ragioni di compattezza drammaturgica. Chi conosce il libro apprezzerà la sensibilità del regista nel restituire la liricità di una natura indifferente, ma consolatrice. La storia di Solomon Northup, dimenticata e ripescata da McQueen, ha offerto la possibilità di raccontare, per la prima volta al cinema, la schiavitù senza melodramma nè retorica, ma nel rispetto della Storia.
Nel cast: Chiwetel Ejiofor, Michael Fassbender, Benedict Cumberbatch, Paul Dano, Paul Giamatti, Lupita Nyong'o, Sarah Paulson. Produce Brad Pitt che compare anche nel ruolo di Bass, grazie al quale il protagonista tornerà libero.

 
© Riproduzione riservata
Scritto da
Carla Paulazzo
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