Condannati a morte: come funziona la pena che non è solo deterrente
La pena di morte ha storia antica, tra gli argomenti più dibattuti oggi
La pena di morte è un argomento dibattuto già dai tempi dell'Impero romano. Favorevoli o contrari, la legittimazione della pena capitale pone un problema fondamentale di natura etico-morale. Una problematicità che ha che fare con la sopravvivenza della specie umana, ostacolandone l'evoluzione e il progresso. Come può uno Stato violare un diritto insopprimibile, quello della vita umana, ed ergersi a giustiziere alla stregua di un protagonista di un'opera di finzione? Dove vige la pena di morte, lo Stato, de facto, adotta l'arcaica legge del taglione.
Tuttavia, c'è un altro problema a monte, di cui non possiamo non tenere conto: l'essere umano è di natura fallibile. Quanti sono i casi nel mondo, di imputati giudicati colpevoli, eppure innocenti?
Le posizioni sulla pena di morte: favorevoli e contrari
Etica e morale, considerate come elementi determinativi di principi e comportamenti, sono figlie del proprio tempo. Devono essere valutate in relazione al momento storico e sociale in cui vengono espresse e considerate. Nel Medioevo, ad esempio, veniva giustificata la vendetta attraverso l’istituto della faida, con la spersonalizzazione della pena che attribuiva il diritto alla famiglia della vittima di rivalersi nei confronti di uno dei membri del nucleo a cui apparteneva il reo di delitto. Uno strumento di giustizia arcaico che ha perso la sua ragion d’essere con l’etica della personalizzazione della pena, laddove si è raggiunta l’affermazione che la responsabilità è personale, ma che veniva largamente utilizzato per ricercare quella retribuzione dal reato, che ancora oggi interroga illustri pensatori. La componente rieducativa della pena è certo difficile da scorgere nei più efferati delitti e l’esigenza di giustizia si scontra spesso con la sussistenza dei diritti fondamentali dell’uomo. Elementi che hanno interessato molteplici autori e che trovano un eloquente esponente in Cesare Beccaria, nonno di Alessandro Manzoni, che da giurista ed economista, autore del Dei delitti e delle pene - trattato considerato il fondamento della scienza criminale moderna - si interrogava sulla proporzionalità della misura della sanzione in relazione al reato. Nel corso della storia sono stati molti i casi di pene capitali comminate a coloro che si sono resi protagonisti di efferati crimini, senza tuttavia risolvere definitivamente l’annosa problematica della legittimazione della pena in relazione alla sua proporzionalità dinanzi alla più deleteria delle personalità criminali.
Una posizione opposta a quella di Beccaria è del filosofo tedesco Friedrich Nietzsche: nel volume Così parlò Zarathustra considerava necessaria la pena di morte, cosicché il colpevole potesse espiare la sua pena, allo stesso modo in cui nella morale greco-romana si praticava il suicidio. Così la pena di morte diviene quasi un deterrente, affinché chi la conosce comprenda quale sia il rischio di commettere dei crimini. Viene usata con frequenza nei paesi ad alta concentrazione di abitanti, e sono sopratutto la Cine e gli Stati Uniti a praticarla. Ma il concetto di deterrenza viene messo in dubbio sopratutto negli USA, perché si è scoperto che negli stati in cui è stata soppressa, gli omicidi sono diminuiti. Per comprendere se sia veramente un deterrente occorrerebbe eliminarla per un dato periodo e analizzare gli effetti. Non secondario è comprendere se la pena di morte - con alcune punizioni crudeli - sia assimilabile alla tortura e quindi proibita dall'ottavo emendamento del Bill of Rights della Costituzione degli Stati Uniti nonché dalla Dichiarazione universale dei diritti umani, firmata a Parigi nel 1948: l'attesa di essere condotto sulla sedia elettrica, oppure impiccato o finire in una camera a gas può essere crudele quanto l'esecuzione stessa. Emblematico è il caso recente - di cui ha trattato la stampa - del condannato Ruben Gutierrez: il 17 giugno 2020 avrebbe dovuto essere ucciso in Texas tramite iniezione. La Corte Suprema ha sospeso l'esecuzione un'ora prima che avvenisse: i suoi avvocati infatti avevano fatto richiesta che durante l'iniezione fosse presente un cappellano cristiano, volontà che gli era stata negata.
Condannati a morte: tra film e musica
Dead Man Walking (1995), il film scritto e diretto da Tim Robbins con Sean Penn e Susan Sarandon, dà anche il titolo alla canzone di Bruce Springsteen, brano compreso nella colonna sonora e che vale a Springsteen la nomination all'Oscar come Miglior canzone originale.
Basato su una storia vera e sul memoir di Suor Helen Prejean, il film vede come protagonista Matthew Poncelet, un brutto ceffo di periferia che odia gli afroamericani e simpatizza per Hitler. E' colpevole dei capi di imputazione, alla fine lo confesserà. Tuttavia, dal passaggio del memoir al film, scopriamo un teppista con un passato di degrado che, a un certo punto, trova voce. Springsteen canta la storia del ragazzo: "In Saint James Parish / I was born and Christened / now I’ve got my story / Mister, ain’t no need for you to listen / it’s just a dead man talkin’ / Once I had a job, I had a girl / between our dreams and actions / lies this world".
Nella canzone, Matthew si aggrappa a un mondo in cui cercare il proprio posto. Tuttavia, è un mondo indifferente al destino personale che, senza strumenti culturali, figure famigliari di supporto o riferimento, cerca di orientarsi navigando a vista, come espresso nella canzone: “tra i nostri sogni e le nostre azioni”.
Springsteen, come il regista Tim Robbins e Suor Helen nel libro autobiografico, cerca di comprendere il background dell'imputato, background capace di trasformare un uomo in un assassino brutale.
Il brano immagina lo stato d'animo del protagonista condannato a morte alla vigilia dell'esecuzione. Sono pensieri contrastanti, terrorizzanti, che cavalcano le ore che separano la notte dall'alba di un nuovo giorno. Lo scenario diventa surreale, in bilico tra giusta detenzione e tortura psicologica.
Nel film, Matthew si conquista la redenzione finale. Nella canzone di Springsteen questa presa di consapevolezza è un percorso dell'anima nell'oscurità: “Neath the summer sky / my eyes went black / sister I won’t ask for forgiveness / my sins are all I have”.
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