Condannati a morte: come funziona la pena che non è solo deterrente

Daily / Editoriali - 25 June 2020 15:00

La pena di morte ha storia antica, tra gli argomenti più dibattuti oggi.

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La pena di morte è un argomento dibattuto già dai tempi dell'Impero romano. Favorevoli o contrari, la legittimazione della pena capitale pone un problema fondamentale di natura etico-morale. Una problematicità che ha che fare con la sopravvivenza della specie umana, ostacolandone l'evoluzione e il progresso. Come può uno Stato violare un diritto insopprimibile, quello della vita umana, ed ergersi a giustiziere alla stregua di un protagonista di un'opera di finzione? Dove vige la pena di morte, lo Stato, de facto, adotta l'arcaica legge del taglione.
Tuttavia, c'è un altro problema a monte, di cui non possiamo non tenere conto: l'essere umano è di natura fallibile. Quanti sono i casi nel mondo, di imputati giudicati colpevoli, eppure innocenti?

Le posizioni sulla pena di morte: favorevoli e contrari

Etica e morale, considerate come elementi determinativi di principi e comportamenti, sono figlie del proprio tempo. Devono essere valutate in relazione al momento storico e sociale in cui vengono espresse e considerate. Nel Medioevo, ad esempio, veniva giustificata la vendetta attraverso l’istituto della faida, con la spersonalizzazione della pena che attribuiva il diritto alla famiglia della vittima di rivalersi nei confronti di uno dei membri del nucleo a cui apparteneva il reo di delitto. Uno strumento di giustizia arcaico che ha perso la sua ragion d’essere con l’etica della personalizzazione della pena, laddove si è raggiunta l’affermazione che la responsabilità è personale, ma che veniva largamente utilizzato per ricercare quella retribuzione dal reato, che ancora oggi interroga illustri pensatori. La componente rieducativa della pena è certo difficile da scorgere nei più efferati delitti e l’esigenza di giustizia si scontra spesso con la sussistenza dei diritti fondamentali dell’uomo. Elementi che hanno interessato molteplici autori e che trovano un eloquente esponente in Cesare Beccaria, nonno di Alessandro Manzoni, che da giurista ed economista, autore del Dei delitti e delle pene - trattato considerato il fondamento della scienza criminale moderna - si interrogava sulla proporzionalità della misura della sanzione in relazione al reato. Nel corso della storia sono stati molti i casi di pene capitali comminate a coloro che si sono resi protagonisti di efferati crimini, senza tuttavia risolvere definitivamente l’annosa problematica della legittimazione della pena in relazione alla sua proporzionalità dinanzi alla più deleteria delle personalità criminali.


Condannati a morte: come funziona la pena che non è solo deterrente

Una posizione opposta a quella di Beccaria è del filosofo tedesco Friedrich Nietzsche: nel volume Così parlò Zarathustra considerava necessaria la pena di morte, cosicché il colpevole potesse espiare la sua pena, allo stesso modo in cui nella morale greco-romana si praticava il suicidio. Così la pena di morte diviene quasi un deterrente, affinché chi la conosce comprenda quale sia il rischio di commettere dei crimini. Viene usata con frequenza nei paesi ad alta concentrazione di abitanti, e sono sopratutto la Cine e gli Stati Uniti a praticarla. Ma il concetto di deterrenza viene messo in dubbio sopratutto negli USA, perché si è scoperto che negli stati in cui è stata soppressa, gli omicidi sono diminuiti. Per comprendere se sia veramente un deterrente occorrerebbe eliminarla per un dato periodo e analizzare gli effetti. Non secondario è comprendere se la pena di morte - con alcune punizioni crudeli - sia assimilabile alla tortura e quindi proibita dall'ottavo emendamento del Bill of Rights della Costituzione degli Stati Uniti nonché dalla Dichiarazione universale dei diritti umani, firmata a Parigi nel 1948: l'attesa di essere condotto sulla sedia elettrica, oppure impiccato o finire in una camera a gas può essere crudele quanto l'esecuzione stessa. Emblematico è il caso recente - di cui ha trattato la stampa - del condannato Ruben Gutierrez: il 17 giugno 2020 avrebbe dovuto essere ucciso in Texas tramite iniezione. La Corte Suprema ha sospeso l'esecuzione un'ora prima che avvenisse: i suoi avvocati infatti avevano fatto richiesta che durante l'iniezione fosse presente un cappellano cristiano, volontà che gli era stata negata.

Condannati a morte: tra film e musica

Dead Man Walking (1995), il noto film scritto e diretto da Tim Robbins con Sean Penn e Susan Sarandon, dà anche il titolo alla canzone di Bruce Springsteen, brano compreso nella colonna sonora e che vale a Springsteen la nomination all'Oscar come Miglior canzone originale.
Per chi non avesse visto il film, (basato su una storia vera e sul memoir di Suor Helen Prejean), il protagonista di nome Matthew Poncelet, opportunamente fittizio, è un bruttissimo ceffo di periferia che odia gli afroamericani e simpatizza per Hitler. E' colpevole dei capi di imputazione, alla fine lo confesserà. Tuttavia, dal memoir al film, scopriamo un teppista con un passato di degrado che, a un certo punto, trova voce. Springsteen canta la storia del ragazzo: "In Saint James Parish / I was born and Christened / now I’ve got my story / Mister, ain’t no need for you to listen / it’s just a dead man talkin’ / Once I had a job, I had a girl / between our dreams and actions / lies this world".
Nella canzone, Matthew si aggrappa a un mondo in cui cercare il proprio posto. Tuttavia, è un mondo indifferente al destino personale che, senza strumenti culturali, figure famigliari di supporto o riferimento, cerca di orientarsi navigando a vista, come espresso nella canzone: “tra i nostri sogni e le nostre azioni”.

Springsteen, come il regista Tim Robbins e Suor Helen nel libro autobiografico, cerca di comprendere il background dell'imputato, background capace di trasformare un uomo in un assassino brutale.
Il brano immagina lo stato d'animo del protagonista condannato a morte alla vigilia dell'esecuzione. Sono pensieri contrastanti, in preda al terrore, che cavalcano le ore che separano la notte dall'alba di un nuovo giorno. Lo scenario diventa surreale, in bilico tra giusta detenzione e tortura psicologica.

Nel film, Matthew si conquista la redenzione finale. Nella canzone di Springsteen questa presa di consapevolezza è un percorso dell'anima nell'oscurità degli inferi danteschi: “Neath the summer sky / my eyes went black / sister I won’t ask for forgiveness / my sins are all I have”. 



Dopo la regia di Dead Man Walking, Tim Robbins è tornato sul tema con 45 Seconds of laughter, documentario che segna il suo ritorno alla regia e presentato a Venezia 76. Il progetto prende vita grazie al suo laboratorio teatrale, The Actors' Gang, fondato nel 1981, attivo nelle carceri della California. Tim Robbins ha fatto sapere nelle note di regia in merito a 45 Seconds of laughter: “Mentre giravo Le ali della libertà e Dead Man Walking ho potuto constatare di persona la natura brutale del sistema carcerario statunitense. Dopo avere abbandonato qualsiasi idea di riabilitazione, le nostre prigioni erano gestite con un approccio punitivo che richiedeva la disumanizzazione dei detenuti. Questa situazione mi ha fatto capire che la maggior parte dei programmi televisivi e dei film dipingevano i detenuti come animali spaventosi, pericolosi, amorali che rappresentavano una seria minaccia per la società. Ma questa visione non rifletteva la stragrande maggioranza delle persone che avevo conosciuto in carcere. Tredici anni fa ho iniziato a lavorare con The Actors’ Gang con l’obiettivo di mettere a punto un programma riabilitativo nelle prigioni di Stato della California. Abbiamo chiesto di poter entrare in contatto con le realtà carcerarie più dure e difficili, che ogni classe fosse interrazziale e che le bande rivali si incontrassero nella stessa stanza. All’interno di queste classi abbiamo scoperto cose sorprendenti e di grande umanità, un’esperienza che ha segnato tutti noi, una storia che sentivo di dover raccontare”.

I motivi della pena di morte: tra diritto, politica e religione

A volte il cinema riesce ad intercettare il sentimento popolare, o quello di una parte della popolazione. Laddove i documentari invece descrivono la situazione di fatto inerente al momento in cui vengono girati. Ma per quanto concerne la condanna capitale, ci sono degli aspetti che devono essere necessariamente valutati e che riguardano l’etica della sua legittimazione, considerandone sia gli aspetti temporali, relativi alle esperienze storiche che contraddistinguono una collettività, sia l’esigenza retributiva della pena in relazione alle vittime di delitti ed ovviamente avendo riguardo ai loro familiari. Certo di giustizia si deve trattare e non di giustizialismo, ma le opere di fantasia pongono spesso l’attenzione sulla immoralità della pena, senza considerare gli effetti di un istituto che comunque fa parte della stessa società, nella quale coesistono molte altre lesioni della dignità, come l’eccessiva tassazione, per fare un esempio meno definitivo ma altrettanto vincolistico ed immorale.
David Garland nel suo libro La pena di morte in America compie un’analisi dettagliata delle implicazioni politiche che negli USA ha l’istituto della pena capitale, oltre a definire con precisione le origini di una punizione estremamente risalente nella storia, senza raggiungere l’era del babilonese Hammurabi.
Molti sono ad oggi gli stati che mantengono la pena capitale, tra questi la maggior parte sono regimi dittatoriali, ma ci sono anche delle democrazie che, a differenza delle dittature, pongono le basi della legittimazione sulla gravità dei delitti commessi.

Infatti, molti Paesi in cui vige la pena di morte hanno una forma di Stato repubblicano. Nel 2018 Amnesty International ha registrato 690 esecuzioni, suddivise tra 20 paesi. La maggior parte di esse hanno avuto luogo in Cina (dove c’è una repubblica socialista), in Iran (repubblica presidenziale), in Arabia Saudita (monarchia assoluta), in Vietnam (anch’essa Repubblica socialista) e in Iraq (Repubblica parlamentare).
Esemplare è il caso di Satoshi Uematsu, un trentenne giapponese (e in Giappone vige la monarchia parlamentare) condannato a morte perché dopo essere entrato in un centro per disabili ha ucciso 19 persone con disabilità.
Un caso per comprendere che il confine sulla giustezza nell’applicare la pena capitale è labile. In guerra, ad esempio, un soldato è legittimato ad uccidere.
Il Papa emerito Joseph Ratzinger, in una nota inviata alla Conferenza episcopale americana nel giugno 2004 affermava: “Non tutte le questioni morali hanno lo stesso peso morale dell'aborto e dell'eutanasia. Per esempio, se un cattolico fosse in disaccordo col Santo Padre sull'applicazione della pena capitale o sulla decisione di fare una guerra, egli non sarebbe da considerarsi per questa ragione indegno di presentarsi a ricevere la Santa Comunione. Mentre la Chiesa esorta le autorità civili a perseguire la pace, non la guerra, e ad esercitare discrezione e misericordia nell'applicare una pena a criminali, può tuttavia essere consentito prendere le armi per respingere un aggressore, o fare ricorso alla pena capitale. Ci può essere una legittima diversità di opinione anche tra i cattolici sul fare la guerra e sull'applicare la pena di morte, non però in alcun modo riguardo all'aborto e all'eutanasia".


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