Quando la poesia è donna. Intervista a Maria Luisa Spaziani

Comics / News - 24 March 2009 10:36

Maria Luisa Spaziani risponde alle domande di Mauxa

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Per incontrare la poesia, sorvolare la realtà o senza corazza viverne l'essenza?

Noi poeti, come la luna, abbiamo due facce che portiamo a fatica perché ci lacerano interiormente, e non potrebbe esserci l'una senza l'altra: un volto verso la realtà, la terra; mentre l'altro guarda  l'imperscrutabile, il sogno. 
Non potremmo essere tutta poesia perché si vanificherebbe, e non possiamo non sapere quello che è la poesia perché allora diventeremmo degli animali, degli animali razionali ma pur sempre persone senza alone. L'alone non è solo dei santi, ma di tutti coloro che riescono a vedere al di là delle semplici apparenze.

D. La poesia è aristocratica geneticamente o deve ancora evolversi il linguaggio del cuore per coinvolgere universalmente le persone?
R. Aristocratico cosa vuol dire? Più bello e più elegante...

D. Mi riferisco al ceto sociale perché, come suggerisce Prezzolini, "quella italiana è una letteratura aristocratica, nata quasi tutta da una classe di gente colta, istruita dalle lingue classiche (...); non nasce quasi mai dalle avventure della vita, dal lavoro dei campi o dalla compagnia dei mari, ma dal silenzio dei chiostri, dalle semi-oscurtà degli uffici e delle anticamere, dagli scaffali delle biblioteche. Non trae vita dal popolo, non è leggibile dal popolo, non è scritta da gente del popolo".
Facciamo l'ipotesi che tutti i quotidiani del mattino decidano di dedicare allo sport tanti numeri di pagine quanti quelli ora dedicati alla cultura e viceversa. In pochi mesi cambierebbe la faccia delle persone. Si abituerebbero a certe sfumature, a certe realtà, a certe dolcezze, a certe asprezze che non sanno esprimere se non con gli insulti e la violenza...

D. Questa maggiore dignità del vivere è un modello calato dall'alto o ad esso porta la dialettica tra cultura (teoria) e realtà (prassi), quindi presuppone un percorso di umiltà su entrambi i fronti?
R. È la presunzione la vera nemica di una piena consapevolezza. La presunzione dell'intellettuale consiste nel rifiutare il confronto con la realtà per chiudersi dentro il dorato mondo delle idee. E poi c'è la presunzione di chi vuol dire o agire senza studiare, senza acquisire i mezzi necessari.

D. Si attribuisce ai cantautori italiani della seconda metà del '900 quell'autorevolezza un tempo - o in altre culture - concessa ai poeti. Lei condivide?
R. No, assolutamente no. La poesia è uno scavarsi dentro e può offrire illuminazione a chi si apre alla riflessione, mentre spesso una canzone tende a fissare e ripetere meccanicamente le frasi più epidermiche. Poi ci sono le eccezioni, canzoni che riprendono testi di poeti o cantautori loro stessi poeti. Però, nel complesso, la parola è uscita più banalizzata e meno preziosa di prima. Termini tipo "amore" e "sogno" sono talmente abusati che non dicono più nulla, con il risultato che scrivere poesia è divenuto più difficile. A questo proposito, ho ascoltato giorni addietro un cantautore difendere una propria canzone il cui testo, di pietà verso i pedofili, invita a mettersi dal loro punto di vista. Tutto ciò mi ha fatto male, ho trovato del tutto fuorviante questo modo di ragionare...

D. Purtroppo l'abbinamento di cultura con pedofilia o pederastia è una tara che ci portiamo dietro da millenni, dalla Grecia classica... La cultura non dovrebbe un po' ripensar se stessa?
R. Io avevo uno zio che era impazzito e diceva di voler toccare la luna. Ha cominciato a salire, dai piani più alti è poi passato ai tetti fino ad arrampicarsi sul campanile da dove, allungandosi col braccio, ripeteva convinto: "Ecco, ora la tocco, la tocco...". La cultura è un po' come quel mio vecchio zio: tenta di raggiungere l'impossibile, la verità. E va avanti a tentoni, sbagliando anche e poi correggendo il tiro.

D. Anche per Lei, come per Montale, l'Indifferenza è divina?
R. L'Indifferenza di Montale (in Spesso il male di vivere ho incontrato, 1925) sta ad indicare atarassia, necessità di non lasciarsi troppo coinvolgere dai fermenti superficiali del vivere. Invece, nella poesia Aspetta la tua impronta, io mi riferisco all'indifferenza verso gli altri, indifferenza verso i valori e l'aspetto spirituale del vivere: è denuncia di una condizione del presente, forse la più allarmante perché educa i giovani lontano da un percorso interiore per proporre solo obiettivi materiali e vuoti...

D. Però, come dicevamo, la stessa cultura sembra indifferente verso il sentire autentico delle persone, spesso nutrendosi di pagine scritte più che di realtà...
R. La cultura vera fatica ad emergere, da parte del potere c'è volontà di soffocarla. Il poeta inglese Thomas Chatterton (1752-1770), di umili origini e ormai ridotto in miseria, chiese aiuto al sindaco di Londra, nella convinzione si fosse sensibilizzato circa la necessità di recuperare quella tradizione popolare legata alla poesia gaelica. In risposta ricevette un'offerta di lavoro come cameriere. Offeso da questa proposta, il poeta non ancora diciottenne si uccise. Alfred de Vigny dedicò a questa tragica storia una composizione teatrale che si conclude con un'amara constatazione: la poesia di ogni tempo non trovò mai l'aiuto dei potenti, a meno che non sia a loro gloria o funzionale al potere stesso.

D. "Se il sogno non si canta un'altra favola, morto è il passato a chi lo riconduce..." è un verso della Sua poesia Canzonetta del '59. Dobbiamo tornare a credere nelle favole per ritrovare nel passato la spinta verso il futuro?
R. Facciamo un esempio: il matrimonio. La passione dura pochi anni. E poi? Se non continuiamo a nutrire di sogni e favole l'amore, finisce tutto in una fiammata. L'ideale non si deve mai identificare con una realtà oggettiva, altrimenti decade. Rinnovare nel volto della donna amata il proprio ideale di bellezza è un atto di poesia, nel senso che di quel volto se ne vive la profondità che quasi lo eterna e per ciò se ne ama l'evolversi nel tempo.

D. Viviamo in un mondo che tende a esorcizzare vecchiaia e morte. In sostanza, siamo schiacciati tra paura della vita e paura della morte. Ci salverà la ragione o l'amore?
R. L'amore, certo. La ragione ci serve sul piano che non è abbastanza irrorato di sangue.La ragione è una grandissima cosa, però a se stessa non basta. Se fine a se stessa e non all'amore, la ragione è gelida follia.

D. Lei ha insegnato lingua e letteratura francese, prima al liceo e poi per molti anni all'università, in piena sintonia coi giovani. Giovani che in questi giorni denunciano la loro drammatica assenza di futuro. Dovrebbero cercarlo nella coscienza ereditata o nel loro inconscio?
R. In tutt'e due. Nella coscienza ereditata, ossia nella cultura, ci sono antenne lunghe che vanno a toccare quello che in noi è inconscio, semi-addormentato. Questa è la forza dei grandi poeti: riuscire a illuminare un pezzettino di inconscio e portarlo da zona d'ombra a coscienza, attivando così sempre più il potenziale umano...

D. Così, pezzettino dopo pezzettino, la civiltà evolve...
R. Certo. È questo che ha portato P.B. Shelley ad affermare: "i poeti sono i non riconosciuti legislatori del mondo".

D. Il pessimismo che contraddistingue la poesia al maschile -pessimismo assoluto in Leopardi e Montale- difficilmente si ritrova nei versi di poetesse, pur dalla vita tragica. Come scrive Antonia Pozzi, io ho vissuto un'altra vita / come chi dica / una fiaba/ o una parabola santa (La vita sognata, 1933). È da questo misticismo innato che le donne traggono speranza?
R. Arthur Rimbaud, in una lettera indirizzata al suo giovane insegnante Georges Izambard, scrisse che il '900 sarebbe stato il secolo della Grande Poetessa, ossia avrebbe finalmente trovato espressione ed ascolto lo spirito femminile, a contrastare i danni della società occidentale che ha escluso l'alterità, timorosa del confronto con un diverso modo d'essere. La civiltà dovrà evolversi nella direzione suggerita da Rimbaud, o saremo incivili.

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