Recensione film Alive in France, il documentario di Abel Ferrara

Cinema / Recensione - 17 May 2019 15:15

In sala dal 19 maggio, distribuito da Mariposa Cinematografica.

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Alive in France è il documentario di Abel Ferrara, presentato in anteprima a Cannes, nella sezione Quinzaine des réalisateurs della settantesima edizione del festival più acclamato nel mondo, insieme a quello di Venezia, dopo gli Oscar.

Film Alive in France

L'occasione nasce grazie a una retrospettiva cinematografica celebrata a Tolosa, in Francia, nell'autunno del 2016. Il regista, cresciuto a Brooklyn da padre italiano e madre irlandese, pensa a qualche concerto live, da accompagnamento alla retrospettiva, tra Tolosa e Parigi.

Dal cinema alla musica

La musica è la grande passione di Ferrara. Non avendo il budget per acquistare i diritti di colonne sonore altrui, racconta il filmaker, ha fatto di necessità virtù insieme alla band formata dai compagni di viaggio di lunga data, Joe Delia e Paul Hipp. Manca il rapper Scholly D, bloccato in aeroporto all'ultimo momento, per questioni di passaporto.

Alive in France è un'opera che parla di una carriera anticonformista, quella del regista, che ha saputo intercettare tabù sociali e tramutarli in riflessioni comprese ad intermittenza. Abel Ferrara rimane un regista di strada, filma dove gli capita, ma l'Europa è la sua seconda patria. Oggi vive con la moglie Cristina e la figlia Anna a Roma.


Tra passato e presente

Grazie a Alive in France, scopriamo l'artista in divenire. A tratti, scontroso, impaziente. Si fa riprendere innervosito dai tecnici del suono, infastidito da groupie invadenti, indulgente con studenti dell'università, ostili alla presenza della troupe cinematografica, specchio della sua stessa ribellione giovanile.

Il tempo passa. Guardando il documentario, tra la retrospettiva cinematografica e i concerti sulle note della colonna sonora dei suoi film più amati, scopriamo un Abel Ferrara inedito.
Ci ha messo 63 anni, confessa, a trovare l'amore della sua vita e una figlia biologica. Oggi non potrebbe più cimentarsi con noir polizieschi come, per esempio, Il cattivo tenente: non c'è più connessione tra lui e gli anti eroi così negativi, privi di mistero e di amore.

Non manca la dichiarazione di amore verso New York, protagonista di tanti film. Una città ambigua, elusiva, mai uguale a se stessa come, in fondo, lo è l'essenza dell'essere umano.

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