Venezia 76, recensione del film Il Sindaco del Rione Sanità

Cinema / Recensione - 31 August 2019 20:15

Il Sindaco del Rione Sanità è il film in concorso al Festival di Venezia

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Il Sindaco del Rione Sanità è il film di Mario Martone presentato in concorso al Festival del Cinema di Venezia. Tratto dall’omonima pièce teatrale di Eduardo De Filippo trasporta nell’epoca contemporanea la vicenda di Antonio Barracano (Francesco Di Leva) che da residente del quartiere Sanità di Napoli ne diviene il tutore. Antonio è infatti capace di mescolare loschi traffici - di cui non parla mai in maniera esplicita - con la propria indole pacifista, tanto da fare da mediatore in diverse situazioni.

Film Il Sindaco del Rione Sanità
Teatro: Il Sindaco del Rione Sanità


Il film soffre dell’impostazione teatrale da cui trae espiazione, che costringe i personaggi a muoversi in pochi spazi, tra la dimora vicino al Vesuvio di Antonio e il suo appartamento a Napoli. Ma è anche questo l’aspetto più esplosivo del film, perché costringe gli stessi a esprimersi in maniera logorroica, facendo erompere le paure e le frustrazioni. In epoca di action movie - genere cui comunque Il Sindaco del Rione Sanità appartiene - dove il gesto conta più della parola, pare raro osservare come la tensione thriller possa esprimersi solo con dialoghi.


Mario Martone non è immune dal fascino di saghe televisive noir come Gomorra, che pare venga echeggiato più volte negli gesti scattosi dei protagonisti che pare debbano preludere ad una sparatoria o omicidio: i quali però non possono accadere, essendo assenti dal testo di De Filippo composto nel 1960 . Ma questo aspetto noir pervade tutte le performance dei protagonisti, dal medico Fabio Della Ragione (un dolente Roberto De Francesco che cura le ferite dei malavitosi) al moglie, fino al giovane Rafiluccio Santaniello (Salvatore Pressuto) la cui vicenda scioglie la storia verso un finale inatteso. Antonio deve infatti fare da pacere tra Rafiluccio e il padre Arturo Santaniello (un algido Massimiliano Gallo), che non vuole riconoscere al figlio l’eredità considerandolo una scansafatiche, e per questo motivo Rafiluccio intende assassinarlo. La mediazione di Antonio - sul sottofondo canoro della cuoca Immacolata che prepara la funesta cena finale - sarà anche il coronamento di un senso di giustizia alternativo. Quasi a consolidare l’ipotesi che la moralità sia un senso mutevole con i tempi.
 

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