Mostra del cinema di Venezia: recensione film Orphan
Regia di László Nemes
Orphan, vivere nella speranza o accettare la realtà?
Ambientato a Budapest alla fine degli anni Cinquanta, nei giorni successivi la rivolta contro il regime comunista, Orphan racconta il disagio di un orfano di padre che si è talmente immedesimato nei racconti della madre da rifiutare per genitore l’uomo che si presenta alla porta di casa dichiarando le paterne ambizioni. Di madre ebrea, sfuggita alla persecuzione per essere stata nascosta presso la casa di un ungherese, con il quale ha presuntivamente concepito il figlio, Andor non riesce a ritrovarsi nella realtà, non apprezza il nuovo o vero padre, portando allo stremo la sua lotta personale contro quell’uomo burbero eppure affettuoso.
László Nemes narra una storia di miseria, di povertà, col sfondo del regime a minare la libertà individuale. In questo contesto Andor si ritrova a lottare con i propri dubbi, non tollera il cambiamento, ma vorrebbe una vita migliore per la madre, e nonostante i suoi sforzi non riesce a correggere i propri errori, forse non gli resta che accettare il vero padre.
Con Orphan László Nemes riesce nell’intento di esprimere una narrazione intima, scegliendo di raccontare l’esperienza di un ragazzino che preferisce essere un orfano e vivere nella speranza piuttosto di dover accettare la realtà.
Orphan esprime una narrazione fluida e come ne Il figlio di Saul, con il quale László Nemes ha vinto l’Oscar, propone le asperità di un condizionamento sociale in un determinato periodo storico
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