Death Stranding, recensione videogame per PS4

Games / Recensione - 15 November 2019 14:00

Un cast hollywoodiano nel nuovo visionario capolavoro di Hideo Kojima

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Un mondo sconvolto da eventi soprannaturali, un labile confine tra vita e morte, lo scorrere inesorabile del tempo ed invisibili passi che lentamente si formano nella terra bagnata, un respiro trattenuto e un feto che brilla nella sacca gialla del protagonista. Death Stranding è un’opera visionaria, dall’immaginario poderoso e alienante, un futuro ormai desolato che incute timore e insicurezza, una paura che traccia le sue linee nascondendosi dietro l’invisibile. Il nuovo gioco di Hideo Kojima, storico game designer della serie Metal Gear Solid, è stato uno dei titoli più discussi e attesi di questa generazione, il primo progetto slegato dai vincoli di Konami e con un cast di attori preso di peso dal mondo di Hollywood. La realizzazione tecnica impeccabile, con un motion-capture di livello indiscutibile, e un gameplay atipico, lento, simulativo, configurano un’opera affascinante e dallo straordinario impatto emotivo.

Death Stranding
La trama di Death Stranding è il perno dell’esperienza scritta e diretta da Hideo Kojima che, come da tradizione nei suoi giochi, porta un forte livello di autorialità in ogni dialogo e scelta stilistica, un’opera capace di avvicinare in maniera decisa il medium videoludico a quello del cinema, partendo proprio da un cast di attori di primissimo livello. Se il protagonista ha voce e fattezze (tramite un motion-capture integrale) di Norman Reedus, gli altri personaggi principali rispondono a nomi quali Mads Mikkelsen, Léa Seydoux, Margaret Qualley, Lindsay Wagner e Guillermo del Toro. L’ambientazione cupa e oscura è un mondo post-apocalittico dove le persone sono ormai lontane e separate, dove le città non sono altro che un mero scheletro di ciò che erano un tempo, in un universo sconvolto da un cataclisma che ha portato il mondo dei morti e quello dei vivi a sovrapporsi e convivere in una realtà dai contorni sfumati. Il protagonista Sam (Norman Reedus) sfugge a questo contatto per una rara malattia, una diversità che gli permette di portare avanti una missione utopistica: connettere nuovamente le varie città e ricostruire ciò che resta degli Stati Uniti, sfruttando la rete e l’interazione con altri personaggi e giocatori.

Nei trailer circolati sin dall’annuncio di Death Stranding, una delle primissime impressioni del gioco riguardava il gameplay, visto quasi come una sorta di enorme simulatore di corriere, dove il protagonista era impegnato a trasportare carichi e materiali da un punto all’altro della mappa. L’esperienza finale conferma la centralità di tale meccanica, tanto da affibbiare al giocatore una valutazione una volta terminata la missione, che varia a seconda del percorso scelto, al peso trasportato e alla velocità della consegna. Bisogna quindi pianificare attentamente, in un’ottica gestionale e simulativa, ogni aspetto delle nostre spedizioni, che si intrecciano ad un intrigante e innovativo sistema multiplayer asincrono, una feature che connette i vari giocatori attraverso la rete chirale e un sistema di like. Nell’economia di gioco, potenziare l’attrezzatura e modificare l’ambiente, piazzando strutture per le varie sezioni della mappa, si riflette nelle partite di altri giocatori, che possono quindi trovare utile e beneficiare di una nostra azione avvenuta magari ore prima. Tale connessione instaura un contatto tra i vari giocatori, che in un mondo devastato e oscuro si trovano a dover reciprocamente collaborare e aiutarsi per sopravvivere, una grande metafora anche dei nostri giorni. Questa interazione asincrona e a distanza si riflette e trova giustificazione nell’universo scritto da Hideo Kojima: la storia di Death Stranding è quindi la colonna portante del titolo, consegna al giocatore un mondo di gioco perfettamente disegnato così come lo sono i suoi personaggi, è la spinta emotiva che collega le varie fasi di gameplay che, senza un universo così affascinante, rischierebbe di scivolare in un contemplativo, e a tratti noioso, pellegrinaggio.

La grafica di Death Stranding sfrutta le potenzialità del Decima Engine, il motore sviluppato dai Guerrilla Games per il loro bellissimo Horizon: Zero Dawn. Il lavoro di Kojima Productions spinge ancora di più sul realismo andando ad operare su una resa sublime di materiali, volti e pelle dei protagonisti, con un carnet di animazioni ed espressioni facciali che avvicinano in maniera significativa il medium videoludico a quello cinematografico. La regia, i paesaggi e le ambientazioni concorrono a realizzare quel senso di smarrimento e decadenza in cui ormai il mondo sembra esser sprofondato, uno stato di angoscia battente raggiunto attraverso scorci e visuali dal respiro hollywoodiano. La vastità desolante del mondo di gioco si unisce ad agenti atmosferici realizzati in maniera sublime, tra i migliori nel panorama videoludico, con pioggia, tempeste, vento e neve a tagliare la scena, un sistema di illuminazione e una cura per il dettaglio che in 4K HDR segna nuovi standard tecnici per il mercato. La cura e perfezione con cui sono realizzati i vari protagonisti del gioco, la loro espressività e le ore di filmati che racchiudono una ricerca in termini di montaggio, fotografia e regia consegnano un prodotto che avvicina in maniera sensibile il medium videoludico al cinema moderno. La colonna sonora è un altro elemento cardine nei lunghi spostamenti all’interno della mappa, un accompagnamento fondamentale e imprescindibile del nostro viaggio in Death Stranding, insieme ad un doppiaggio interamente in italiano dall’eccezionale qualità. Grande importanza riveste anche l’affinamento della fisica dei movimenti e della gestione dei pesi, una caratteristica che anticipa quello che probabilmente vedremo nella prossima generazione di console, con un motore fisico che diventa anche parte ludica dell’esperienza di gioco.


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