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Recensione film C’era una volta il beat italiano

Arriva in streaming-dvd il docufilm di Francesco Campanella dedicato alla ribelle e scatenata corrente musicale anni 60

Recensione film C’era una volta il beat italiano

Il film “C’era una volta il beat italiano” esamina un periodo storico complesso, caratterizzato da mutamenti sociali e del costume che hanno profondamente cambiato la società italiana e hanno avuto come colonna sonora la musica beat che ha trattato nelle sue canzoni i temi del periodo come, ad esempio, il femminismo, la liberazione sessuale, il rifiuto della guerra, la rivendicazione delle libertà individuali.


Il docufilm diretto da Pierfrancesco Campanella, disponibile sulla piattaforma CG Entertainment e contemporaneamente in dvd abbinato alla rivista di collezionismo musicale Raropiù, fa parte di una serie di cortometraggi a tema musicale, coordinati dallo stesso Campanella, dedicati al rock progressive, alla italo-disco, ai musical e alle colonne sonore. 


Trama di C’era una volta il beat italiano

In Italia la cosiddetta “beat generation” nacque nel1964 come effetto del successo dei Beatles, legati a loro volta alla British Invasion, un movimento musicale e di costume nato in Gran Bretagna che conquistò Stati Uniti, Australia e Canada e successivamente altri paesi.

All’inizio degli anni Sessanta gruppi musicali britannici erano riusciti influenzare la musica statunitense, mettendo fine all’egemonia americana, dando inizio a un’esplosione di complessi (allora si chiamavano così non band come sarebbero stati definiti successivamente) che in alcuni casi trovarono la loro “America” proprio in Italia come i Rokes di Shel Shapiro e Mal dei Primitives.


Il loro stile musicale venne presto imitato dai molti artisti italiani dell’epoca come Caterina Caselli, Patty Pravo, i Nomadi, l’Equipe 84, Gian Pieretti, Riki Maiocchi e Don Backy, che del fenomeno è stato un precursore.

Nel film una citazione speciale viene tributata a Mita Medici, la prima “Ragazza del Piper”, simbolo di tutte le giovani dell’epoca che si erano ribellate allo stereotipo dell’immagine femminile tradizionale, e a Rosanna Fratello, che negli anni Sessanta aveva sognato di diventare famosa come i suoi idoli beat Rita Pavone, Patty Pravo e Caterina Caselli, ma alla quale venne imposto un genere di canzoni completamente diverso quando riuscì a diventare una cantante professionista. 

Presenti nel documentario anche Franco Oppini, che con i Gatti di Vicolo Miracoli rappresentò la massima espressione del movimento “Verona Beat”, i cantautori Rodolfo Grieco, Claudio Daiano, Ivan Cattaneo e Mauro Goldsand e le cantanti Donatella Moretti e Morena Rosini.


Artisti che furono la punta dell’iceberg di un fenomeno che coinvolse in tutta Italia almeno duemila e trecento complessi in un periodo temporale compreso grosso modo tra il 1964 e il 1969 con una produzione di brani quasi impossibile da calcolare, poiché ogni gruppo poteva essere al tempo stesso autore di cover, di canzoni proprie oppure limitarsi semplicemente ad eseguire pezzi di altre formazioni.


I molti punti di C’era una volta il beat italiano

La docufiction ha il merito di far rivivere ai meno giovani atmosfere e suggestioni irripetibili e ai giovanissimi di fargli conoscere un mondo che non esiste più, facendogli conoscere quali cambiamenti questo genere musicale contribuì ad attuare nella società dell’epoca. Cambiamenti che oggi sono dati per scontati.

Nel film viene spiegato come la potenzialità rivoluzionaria del beat risiedesse proprio nel rappresentare il desiderio diffuso tra i giovani di volersi smarcare dalla musica degli anni 50, percepita come vecchia, statica, come l’espressione di una società che non gli concedeva spazio, non gli riconosceva un ruolo sociale.


Un desiderio di cambiamento che i cantanti manifestavano anche nei capelli lunghi, nell’abbigliamento, colorato, provocatorio che diede inizio a una rivoluzione sociale ed estetica che portò alla nascita dei vestiti colorati “da figli dei fiori”, di divise dai colori insoliti ben poco marziali tra i ragazzi e delle scandalose minigonne tra le ragazze. 

La musica dei gruppi Beat italiani all’inizio era composta da cover americane e inglesi, canzoni i cui testi non avevano nulla in comune con quelli originali, ascoltati sulle radio pirata (come Radio Lussemburgo) e dalle quali ci si limitava a prendere solo la base musicale.


Qualunque luogo, cantine, locali, piazze, strutture parrocchiali, diventava un posto ideale per suonare e la musica beat stessa agiva da fattore aggregante per i ragazzi, favorendo la creazione di strutture come il Piper club. Un locale che riscosse un successo così grande da far venire da tutta Italia a all’estero persone di ogni genere per capire che cosa significasse un luogo simile.     

I giovani della beat generation crearono luoghi di incontrarsi, scambiare opinioni e iniziarono a chiedere una maggiore libertà di azione che si manifestò nella nascita di riviste rivolte ai giovani ma anche nel raccordarsi con i tanti fenomeni artistici dell’epoca come la pop art e il mondo del cinema. Il film Blow up (1966) di Michelangelo Antonioni può essere considerato il film che meglio di tutti documenta e riflette la novità della beat generation.


Un cambiamento che a livello musicale incontrò i suoi ostacoli nella censura che non esitò a sforbiciare i testi dele canzoni e nell’ostracismo da parte della RAI nell’aprire le porte delle sue strutture alle novità, cosa che non avvenne, invece, con Radio Capodistria e Radio Monte Carlo.

Una opposizione che verrà meno con “Bandiera gialla”, la trasmissione radiofonica condotta da Gianni Boncompagni e Renzo Arbore italiana, andata in onda sui programmi radiofonici Rai nel 1965 e l’anno seguente “Per voi giovani”, sempre condotta da Arbore.

Come detto i testi mettevano in discussione le regole morali e sociali dell’epoca e se con la canzone “Nessuno mi può giudicare” (1966), cantata da Caterina Caselli, si manifestava il desiderio di una libertà ad ampio raggio, con la “La bambola” (1968) cantata da Patty Pravo l’attenzione venne focalizzata su quella parte del mondo maschile che era (ed è ancora oggi, purtroppo) solito trattare le donne come oggetti. È solo un primo passo perché grandi cambiamenti erano all’orizzonte.


Il ‘68 (i cui effetti in Italia si vedranno l’anno dopo), rappresentò al tempo stesso il culmine e l’inizio della discesa del genere che cedette il posto al rock progressive e ai cantautori (un fenomeno tipicamente italiano).

Molti complessi scomparvero, altri passarono al prog come il gruppo “I quelli” che cambiò il suo nome in Premiata Fonderia Marconi, ed iniziò così un lungo sonno che verrà interrotto soltanto nel1989 da Red Ronnie che con la sua trasmissione televisiva “Una rotonda sul mare” che farà conoscere e rivalutare gli artisti di questo genere musicale. 

Perché, al di là del genere, il beat rappresenta uno stile di vita che ancora oggi attuale.

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