"Non erano le mie mani non potevo toccare niente": Giovanni Muciaccia e i segreti di Art Attack
Giovanni Muciaccia svela i retroscena del programma per ragazzi Art Attack: le mani nei tutorial non erano sue.
C'è una generazione intera che, davanti a una bottiglia di colla vinilica e a un paio di forbici dalla punta arrotondata, torna immediatamente all'infanzia. È l'effetto Art Attack, uno dei programmi cult della televisione italiana per ragazzi, capace di trasformare materiali poveri in castelli, animali, paesaggi e opere gigantesche che lasciavano a bocca aperta. Il volto indissolubilmente legato a quel mondo di creatività domestica è quello di Giovanni Muciaccia, che a distanza di anni dalla chiusura definitiva del programma nel 2014 ha deciso di raccontare cosa si nascondeva davvero dietro quella televisione apparentemente semplice e rassicurante.
Il conduttore foggiano classe 1969 ha svelato retroscena sorprendenti su quella che lui stesso ha definito "una macchina bestiale e snervante". Dietro la naturalezza con cui spiegava ai bambini come realizzare lavoretti con oggetti di recupero, si celava infatti una produzione internazionale di dimensioni ben più complesse di quanto si potesse immaginare dal divano di casa.
Schede
L'avventura di Muciaccia con Art Attack comincia nel 1998, quando il programma arriva su Disney Channel, e prosegue per anni attraverso diverse reti, tra cui Rai 2, Rai Gulp e Rai Yoyo. La prima fase si conclude nel 2005, mentre una nuova edizione torna tra il 2011 e il 2014 su Disney Junior. Ma quel ruolo arriva in un momento cruciale della sua carriera, dopo un periodo che il diretto interessato non esita a definire drammatico.
"Passai due anni e mezzo drammatici. Avevo la mia famiglia che mi ostacolava, nonostante venissi da diverse esperienze in televisione e mi fossi già affrancato. In me scattò un senso di rivalsa. Non tornai a Foggia, ma dovetti affrontare la difficile vita romana. Col senno di poi posso affermare che quel periodo duro mi servì. Stavo per mollare ed ero in procinto di buttarmi su altro. Accettai di partecipare a queste selezioni convinto che non mi avrebbero preso". - Giovanni Muciaccia
Il retroscena più sorprendente riguarda però il modo in cui venivano girate le puntate. L'idea di Art Attack era geniale nella sua immediatezza: mostrare ai bambini come realizzare qualcosa utilizzando oggetti facilmente reperibili. Carta, cartone, colori, giornali, materiali di recupero e colla diventavano gli ingredienti di una piccola magia televisiva. Ma quella semplicità doveva essere costruita con precisione.
Durante gli anni della prima edizione, Muciaccia trascorreva circa due mesi all'anno a Londra per le registrazioni. Non era lì soltanto il conduttore italiano: nella stessa struttura arrivavano i presentatori delle diverse versioni internazionali del format. Le versioni nazionali non erano infatti produzioni completamente autonome: il format era costruito secondo una struttura comune e veniva adattato ai vari Paesi.
Ed ecco la rivelazione che ha stupito i fan del programma: le mani che realizzavano i lavoretti nelle dimostrazioni non erano inizialmente quelle di Muciaccia, ma quelle di Neil Buchanan, il creatore e storico volto della versione britannica. Sul set londinese, Muciaccia si trovava insieme a conduttori provenienti da diversi Paesi e, non conoscendo necessariamente la lingua degli altri, per ottenere determinati stacchi televisivi era costretto a indicare direttamente gli oggetti davanti alla telecamera. La televisione costruiva così una sorta di linguaggio universale dell'arte manuale, indipendente dalla lingua parlata dal conduttore.
Oggi, quella che Muciaccia definisce una macchina bestiale e snervante è ricordata da un'intera generazione come un programma di tutorial ante-litteram, capace di insegnare creatività e manualità con una formula che, nella sua apparente semplicità, nascondeva una complessità produttiva e organizzativa di livello internazionale. Un paradosso perfetto per un format che ha fatto della semplicità il suo punto di forza.
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