Recensione Cent'anni di solitudine, Garcia Marquez: un fato scritto
Gabriel José García Márquez pubblica Cent'anni di solitudine nel 1967: è un clamoroso successo di critica e pubblico. Nel 1970 il "Time" lo annovera tra i dodici
Cent'anni di solitudine - Gabriel José García Márquez entra nella scena letteraria degli anni Sessanta quando è decretata la “morte del romanzo”. Resuscita il genere, dimostrando inattese potenzialità grazie alla creazione di nuovi mondi sulla vena dei romanzieri dell'Ottocento. La sua produzione artistica si annuncia con racconti e romanzi brevi che andranno a nutrire il cosmo di Cent'anni di solitudine.
Il carnevale funebre, l'Ebreo Errante, il medico che anche da morto continua a esercitare la propria scienza sono personaggi ed echi situazionali già comparsi in “La mala ora”, “I funerali della Mamà Grande”, “Foglie morte”.
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Un fato scritto - Cent'anni di solitudine è ambientato a Macondo, imbucata nella foresta tropicale, sconosciuta alle mappe geografiche. Macondo condensa tratti di Aracataca, paese natìo di García Márquez, pur appartenendo alla dimensione di un'epica condannata alla solitudine. Macondo e i Buendía, infatti, ereditano una sorte sorda al cambiamento: dalla conquista degli spagnoli alle guerre civili e al neocapitalismo statunitense, il leitmotiv è quello dello sfruttamento economico e della dipendenza politica che accomuna la storia dei Paesi dell'America Latina.
L'osmosi tra mito e fiaba vizia il respiro di Macondo: tra le forze della natura e il destino degli uomini, calamità e colpevolezza, nell'eterna ciclicità della vita, restituita nella narrazione con il ritorno di stessi nomi, e stessi tratti, nel succedersi delle generazioni. Il peccato individuale, o quello sociale perpetrato con la sottomissione dei più deboli, determina il destino dei Buendía: traghettato ai discendenti per presagi, il senso dell'ineluttabilità del fato annulla la distanza tra passato, presente e futuro alimentando ossessioni nefaste, soffocando la possibilità dell'azione positiva su ciò che già “era scritto”.
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Realismo magico - La realtà assume i connotati del mito grazie ai personaggi di García Márquez che così la intendono: sfuocato è il confine tra l'oggettivo e il fantastico. A Macondo è il regno della natura foriera di epifanie. A Macondo, quindi, ci si nutre di meraviglie e miracoli: qui, si posa lo sguardo critico dello scrittore Premio Nobel con affettuosa benevola, ma vivace ironia.
L'aldilà, con i suoi abitanti, garantisce la propria presenza famigliare interagendo con la quotidianità dei vivi: i morti si intromettono e dialogano con i vivi, mentre è negata ogni relazione tra Macondo e il resto della civiltà esterna. Viceversa, portatore di malasorte, il resto del mondo vi entra agevolmente e di prepotenza.
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L'oblio lungo un secolo - Cent'anni di solitudine proietta un secolo temporalmente chiuso, dai tempi delle prime conquiste alla soglie dei giorni nostri, in cui radica ogni forma di isolamento legata al potere, all'amore, all'incomunicabilità. L'indifferenza corale, l'indolenza verso la solidarietà, l'accettazione passiva sono i mali che soffocano il futuro alimentando, invece, l'oppressione. Nonostante la condanna all'oblio, Marquez adotta la voce del narratore onnisciente, tanto impassibile quanto partecipe nei siparietti di natura comica, coltivando un'irrinunciabile fiducia nell'umanità.
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García Márquez, licenza di scrittore - Al lettore, García Márquez offre un panoramica irta di contraddizioni tra la pienezza degli individui e il silenzio del confronto, barbarie e indulgenze, servilismo e buonsenso in un lento, inesorabile cammino verso la verità: bando alle profezie, quando si abbatte il muro delle superstizioni e dei miti ingannevoli, ecco scorgere il dito puntato dello scrittore in direzione di un'auspicabile, opportuna rinascita.
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