Recensione libro Asfalto, l'autobiografia di Andrea Dovizioso

Daily / Libri / Recensione - 25 May 2018 08:00

In libreria per Mondadori.

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Asfalto è l'emozionante autobiografia che Andrea Dovizioso ha scritto insieme ad Alessandro Pasini, giornalista del Corriere della Sera. Il campione di motociclismo si racconta ripercorrendo le tappe della sua carriera attraverso il dietro le quinte della vita privata. Andrea è un predestinato, lo sa il babbo Antonio già prima che nascesse, quel figlio ha lo sboz e sarebbe diventato un campione del mondo.

A 7 anni partecipa alle gare di minimoto, a quelle di cross solo nei fine settimana liberi. E gioca anche a calcio. Il calvario, come lo definisce il pilota, giunge con l'improvviso fallimento della ditta del padre. Alla difficile situazione finanziaria segue la separazione dei genitori. Il padre mette i figli a corrente della situazione: “Dopo si volta di nuovo verso di me, chiama anche Valentina e ci abbracciamo, adesso sì piangendo tutti assieme. Non ci credo che se ne andrà, invece è così. «Non vado via per lasciare voi, ma perché non riesco più a vivere con la mamma. Ma io per voi ci sarò sempre.» Così esce di scena, ma soltanto quella sera. Perché se c’è una cosa che il babbo sa fare, pur nella sua vita incasinata, è mantenere le promesse. E infatti lui dalla nostra vita non scomparirà mai”.

Il babbo Antonio è un modello di riferimento solido: “Se penso a ciò che sta facendo il babbo in questi miei anni di bambino, sono certo che, al suo posto, io non ce la farei mai anche con tutta la volontà del mondo. Lui, invece, è salito dalla Sicilia senza niente, con l’unica vera forza di essere convincente con gli altri e avere un sogno: già prima che io nascessi, andava in giro a dire che sarei diventato campione del mondo. In pratica, io ho cominciato a correre prima di nascere. E anche questa è una sua promessa mantenuta. La sua perseveranza, anche nel suo disordine, nei suoi ritardi, nel suo raccontarsela spesso al contrario di come è davvero, è la ragione per cui arriverò dove arriverò. Tutto – anche per opposizione, perché ci sono un miliardo di cose che non condivido di lui – proviene dal babbo, da questi giorni sporchi e duri, dalla realtà che mi è stata mostrata subito senza finzioni né favole, dalla forza nascosta che spreme le nostre fatiche confuse. Insomma, dall’amore. Che poi è tutto quello che conta”.

Dall'Aprilia alla Honda fino al passaggio alla Ducati: contratti da firmare che, a volte, possono nascondere politiche di scuderia insidiose. Tra i colleghi, c'è il mitico e inimitabile Valentino Rossi. Ci sono i rider ignoranti e quelli che puntano all'immagine abbagliando gli sponsor. A un certo punto, al campione tocca la parte di dead rider walking.

Dovizioso è diverso, un bravo ragazzo. Per lungo tempo si sentirà l'uomo invisibile, del colore dell'asfalto. È un pilota pulito, preciso e lineare, non ama gli eventi a cui presenziare, né le grandi città. Nella sua Forlì ha tutto ciò per essere felice. Il suo tatuaggio sul polso è un codice a barre seguito dal mantra TEN BOTA. Poi c'è quello dedicato a Marco Simoncelli, e il ricordo va alla tragedia di Sepang.

Tuttavia, riguardo alle polemiche sul rischio delle gare, il campione ha una riflessione risoluta: “Poi è chiaro che correre in moto è più pericoloso di molti altri lavori. La vita, però, ci dimostra ogni giorno che tutto è solo una questione di destino. Io, dopo la morte di Marco Simoncelli, al destino ho pure dedicato un tatuaggio, e continuo a pensare che la morte – il modo e il momento in cui arriva – sia indipendente da ciò che fai nella vita. Anche per questo trovo assurdo che ci sia ancora qualcuno che, quando muore un pilota, chiede che le corse di moto vengano abolite. Ragionamenti senza senso, cazzate totali. In realtà, bisognerebbe scindere il dolore per la scomparsa di una persona dal lucido riconoscimento che la morte è un effetto possibile delle corse. Al limite, una conseguenza dell’amore”.


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