Ghost, cosa accadde davvero durante la scena del vaso: l'imbarazzo tra Moore e Swayze sul set
Tutti i segreti dietro Ghost: la scena dell'argilla nata per errore, i rifiuti di Willis, l'Oscar di Whoopi Goldberg.
Ci sono film che diventano cult per scelta, altri per caso. Ghost appartiene a entrambe le categorie. Uscito nelle sale statunitensi il 13 luglio 1990 e arrivato in Italia il 16 novembre dello stesso anno con il titolo Ghost – Fantasma, il film diretto da Jerry Zucker ha trasformato la lavorazione dell'argilla in un atto romantico universale, consacrato Patrick Swayze come icona degli anni Novanta e regalato a Whoopi Goldberg un Oscar meritatissimo. Ma dietro quella patina di perfezione romantica si nasconde una storia fatta di rifiuti eccellenti, incidenti felici e coincidenze che hanno cambiato il destino di Hollywood.
La trama è ormai patrimonio collettivo: a New York, l'impiegato di banca Sam Wheat scopre traffici illeciti legati a quattro milioni di dollari di soldi sporchi. Prima di poter agire viene ucciso davanti agli occhi della fidanzata Molly Jensen, interpretata da Demi Moore, in quello che sembra un incidente ma è in realtà un omicidio pianificato. Sam rimane sulla Terra come fantasma, incapace di farsi vedere o ascoltare dai vivi, tranne che da Oda Mae Brown, una sensitiva interpretata da Whoopi Goldberg.
Attraverso di lei cercherà di proteggere Molly e smascherare il suo assassino. La pellicola mescola registri apparentemente inconciliabili: romanticismo puro, thriller finanziario, commedia brillante grazie alle gag di Oda Mae e una dimensione soprannaturale che avrebbe potuto trasformare tutto in una farsa. Invece funzionò. Eccome. Costato 22 milioni di dollari, Ghost ne incassò 505 a livello mondiale, rimanendo tra i primi cinque film al box office per 19 settimane consecutive.
A febbraio 1991 venne superato solo da Mamma ho perso l'aereo, l'altro fenomeno cinematografico del 1990. Il film divenne anche il titolo più noleggiato del 1991 negli Stati Uniti, segno che il pubblico voleva rivederlo, condividerlo, possederlo. Ma c'è un dettaglio che pochi conoscono: Jerry Zucker non voleva Patrick Swayze. Il regista, proveniente dal mondo della commedia demenziale con capolavori parodistici come L'aereo più pazzo del mondo e Top Secret, andò a vedere Il duro del Road House per valutare l'attore.
Uscì dalla sala con un verdetto lapidario: neanche morto. Lo raccontò lo sceneggiatore Bruce Joel Rubin nei contenuti extra del DVD. Eppure Swayze ottenne comunque un'audizione e riuscì a ribaltare il giudizio, dimostrando di poter affrontare un ruolo drammatico con la stessa intensità con cui aveva ballato in Dirty Dancing. E non fu l'unico a dire di no, o quasi. Bruce Willis, all'epoca sposato proprio con Demi Moore, rifiutò il ruolo di Sam dopo aver letto la sceneggiatura. La trovò incomprensibile: il tizio è morto, come può funzionare un film così? In seguito si definì un idiota per quella decisione, ammettendo di essersi pentito amaramente.
Chissà come sarebbe stata Ghost con Willis al posto di Swayze: probabilmente più cinica, meno malinconica, sicuramente diversa. La vera vincitrice della pellicola fu comunque Whoopi Goldberg, che conquistò l'Oscar come migliore attrice non protagonista per il ruolo di Oda Mae. Ma anche in questo caso ci fu resistenza: i produttori non volevano affidarle la parte. Fu Patrick Swayze a insistere, arrivando a dire che non avrebbe girato il film senza di lei. L'attrice ha sempre ringraziato pubblicamente Swayze per averle regalato quell'Oscar, definendolo un tipo che prende posizione.
Un gesto di stima professionale che cambiò una carriera. Il successo di Ghost trasformò anche Demi Moore in una star globale e nell'attrice più pagata di Hollywood. Per tutti gli anni Novanta fu protagonista di blockbuster come Codice d'onore con Tom Cruise e Jack Nicholson, Proposta indecente, Rivelazioni e Soldato Jane. Per Striptease ottenne un compenso da record: 12,5 milioni di dollari, una cifra che all'epoca nessuna attrice aveva mai raggiunto. Ghost le aveva spalancato le porte del potere contrattuale.
Ma torniamo alla scena che ha definito l'immaginario romantico di una generazione: il tornio, l'argilla, le mani che si intrecciano, Unchained Melody in sottofondo. Quella sequenza non era perfetta. Anzi, era imbarazzante. Zucker si rese conto durante le prove che tra Moore e Swayze non c'era particolare affiatamento fuori dal set. La tensione era palpabile, nonostante fossero entrambi completamente vestiti. La sensualità nasceva dalla coreografia, dalla vicinanza fisica studiata, dal modo in cui i corpi interagivano nello spazio. Ma non da una chimica spontanea. Demi Moore prese lezioni di ceramica per rendere credibile il personaggio di Molly.
Imparò le basi della lavorazione dell'argilla, studiò i movimenti del tornio, si sporcò le mani davvero. Sul set erano presenti ceramisti professionisti che preparavano alcuni manufatti e aiutavano la troupe a gestire gli aspetti tecnici. Swayze, invece, si esercitò con la moglie Lisa Niemi, che aveva esperienza con la ceramica. L'obiettivo era evitare che il pubblico percepisse immediatamente l'artificiosità della scena. E poi accadde l'imprevisto che trasformò tutto. Il vaso crollò. Non era previsto dalla sceneggiatura: a un certo punto l'oggetto perse la propria forma e cominciò letteralmente a collassare sotto le mani dei due protagonisti.
In una produzione tradizionale si sarebbe interrotta la ripresa e ricominciato da capo. Invece la macchina da presa continuò a registrare. Moore e Swayze reagirono a ciò che stava accadendo con spontaneità: il loro stupore, i sorrisi, il modo in cui continuarono a manipolare l'argilla diedero alla sequenza una naturalezza impossibile da ottenere attraverso una coreografia perfetta. È uno di quei casi rari in cui un errore tecnico diventa una benedizione artistica. Se il vaso fosse rimasto perfettamente in piedi, la scena sarebbe stata comunque efficace. Ma quel cedimento la rese umana, quasi buffa, imprevedibile.
Patrick Swayze ricordò in seguito quell'incidente con una certa ironia, confessando nella sua biografia: "Non avevamo idea che sarebbe diventata la scena romantica più famosa della storia del cinema. Eravamo solo due attori che cercavano di fare il loro lavoro nel modo migliore possibile". La sequenza è diventata così iconica da generare infinite parodie: da Community a Due uomini e mezzo, passando per Una pallottola spuntata 2½ – L'odore della paura, diretto da David Zucker, fratello del regista di Ghost. Ogni volta che qualcuno vuole rappresentare il romanticismo cinematografico anni Novanta, torna a quella scena.
Anche la colonna sonora del film conobbe una seconda vita grazie a Ghost. La cover di Unchained Melody dei Righteous Brothers, uscita nel 1965, era già stata un successo. Ma l'uso nel film la riportò in vetta alle classifiche. Il gruppo incise una nuova versione nel 1990 che superò persino quella originale, arrivando prima nella Billboard statunitense. La canzone, composta nel 1955 da Alex North con testi di Hy Zaret, è stata reinterpretata in oltre 500 versioni diverse e in decine di lingue: un record per il ventesimo secolo.
L'appartamento di Molly e Sam esiste davvero e si trova a Soho, su Prince Street, tra Greene e Mercer Street, a New York. Nel 2015 è stato messo in vendita per dieci milioni di dollari, una cifra che testimonia quanto quel luogo sia diventato parte dell'immaginario collettivo legato al film. Il successo di Ghost si estese ben oltre i confini americani. Solo in Giappone incassò 50 milioni di dollari, una cifra talmente elevata da convincere i produttori locali a realizzare un remake nel 2010: Ghost: Mouichido Dakishimetai, tradotto come Ghost: voglio abbracciarti ancora, diretto da Taro Otani.
Stavolta con una donna nel ruolo del fantasma, un ribaltamento di genere che aggiornava la formula per un pubblico diverso. C'è poi un'eredità inaspettata del film nel mondo della musica hip-hop. Grazie al ruolo di Sam e al fatto che il cognome Swayze fa rima con crazy, Patrick Swayze è stato citato in diverse canzoni rap. Marley Marl in The Symphony Part II canta: reach for the pistol and you're crazy, try to blast and I'll be spinnin' that ass like Patrick Swayze. E 2Pac in Runnin' (Dying to Live) rappa: that's why I bust back, it don't faze me, when he drop, take his glock, and I'm Swayze. Un'influenza culturale che nessuno avrebbe potuto prevedere.
Dietro la sceneggiatura c'è Bruce Joel Rubin, insegnante di meditazione e appassionato di temi legati al confine tra vita e morte. Alla vigilia del trasferimento a Los Angeles il suo agente gli disse: "Nessuno è interessato a fare film sui fantasmi". Ma Rubin e sua moglie avevano già venduto la casa in Illinois e decisero di trasferirsi ugualmente. Arrivammo senza soldi, ma nel giro di una settimana avevo una casa e un agente, raccontò in seguito. Rubin vinse l'Oscar per la migliore sceneggiatura originale e firmò anche il musical tratto dal film, messo in scena a Londra nella stagione teatrale 2011-2012, con musiche di Dave Stewart e Glen Ballard.
L'anno dopo ne uscì una versione italiana. Una delle battute più celebri del film è il famoso idem che Sam risponde a Molly quando lei gli dice ti amo. Incapace di pronunciare quelle due parole, Sam opta per una risposta che diventa marchio del personaggio. L'idea venne a Rubin perché ai tempi del college rispondeva esattamente così alla fidanzata dell'epoca. Il motivo era insolito: Rubin era gay e incapace di esprimere in modo sincero i suoi sentimenti verso una donna.
Alla moglie, invece, aveva detto molto presto della sua omosessualità, costruendo un rapporto basato sulla trasparenza. Ghost ottenne cinque candidature agli Oscar e ne vinse due: sceneggiatura originale e migliore attrice non protagonista. Ma al di là dei premi ufficiali, il film ha conquistato un posto permanente nella memoria collettiva. È diventato sinonimo di romanticismo impossibile, di amore che supera la morte, di connessioni che resistono anche quando il corpo scompare.
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