Speciale Mostra del Cinema di Venezia

Mel Brooks a 100 anni svela i suoi 20 film del cuore: c'è anche un capolavoro italiano

A 100 anni Mel Brooks svela i 20 film che lo hanno ispirato. Tra questi spicca I Vitelloni di Fellini.

Mel Brooks a 100 anni svela i suoi 20 film del cuore: c'è anche un capolavoro italiano

Mel Brooks ha recentemente rivelato all'American Cinematheque quelli che sono i venti film che hanno attraversato la sua vita e formato il suo sguardo. Insomma, ciò che lo ha ispirato, colpito e che gli sono rimasti addosso, anche dopo 100 anni, considerando che qualche settimana fa cadeva il suo centesimo compleanno.

Il risultato è Programmed by Mel Brooks: 100 Years at the Movies, una rassegna che rappresenta una piccola autobiografia per immagini, un viaggio che parte dal 1931 e arriva fino al 2019, attraversando quasi novant'anni di storia del cinema. Brooks non aveva mai realizzato pubblicamente una selezione di questo tipo, e l'esercizio gli ha fatto riscoprire, come ha raccontato al Los Angeles Times, le ragioni del suo primo innamoramento per la settima arte.

Schede

La scelta più antica risale a quando Brooks aveva appena quattro anni: Luci della città di Charlie Chaplin, capolavoro uscito nel 1931 che già conteneva tutti gli ingredienti della comicità fisica e sentimentale che avrebbe poi influenzato generazioni di cineasti. All'altro estremo temporale troviamo due film del 2019, quando Brooks aveva 93 anni: Jojo Rabbit di Taika Waititi e Dolemite Is My Name di Craig Brewer. Segno che il regista non ha mai smesso di guardare avanti, di cercare nel cinema contemporaneo quello spirito di innovazione e ribellione che lo ha sempre animato.


La lista è un manifesto di eclettismo. Ci sono i padri della comicità che Brooks ha ereditato e trasformato: oltre a Chaplin, ecco Una notte all'opera dei fratelli Marx, costruito su quell'anarchia verbale e visiva che Brooks avrebbe poi smontato e riassemblato nelle sue parodie. Ma accanto ai nomi prevedibili emergono scelte sorprendenti: il western Il cavaliere della valle solitaria di George Stevens convive con Balla coi lupi di Kevin Costner, suggerendo una fascinazione per il genere che va oltre la sua celebre decostruzione in Mezzogiorno e mezzo di fuoco.


C'è il noir pulp di Billy Wilder con La fiamma del peccato, ci sono il dramma storico di Schindler's List, l'horror psicologico di Psycho di Alfred Hitchcock, e persino The Elephant Man di David Lynch, con la sua bellezza mostruosa e la sua umanità dolente. Ed Wood di Tim Burton, ritratto del peggior regista di tutti i tempi, rivela forse un'empatia segreta di Brooks per chi osa fare cinema contro ogni ostacolo e ogni competenza.


Ma la vera sorpresa, almeno per noi italiani, è la presenza de I Vitelloni di Federico Fellini. Il film del 1953, Leone d'argento alla Mostra del Cinema di Venezia, è l'unico titolo non in lingua inglese dell'intera selezione. Un'anomalia significativa che racconta molto sul rapporto di Brooks con il cinema europeo e, nello specifico, con Fellini.


Il regista Barry Levinson ha raccontato un aneddoto illuminante: negli anni Settanta, quando collaborava con Brooks, gli parlava spesso della propria giovinezza a Baltimora, delle notti trascorse con gli amici nei diner, tra discussioni su donne, sogni e futuro. Brooks gli disse che quelle storie gli ricordavano proprio I Vitelloni e gli consigliò caldamente di vedere il film.


Da quei ricordi e da quel suggerimento sarebbe nato nel 1982 Diner, l'esordio alla regia di Levinson. Curiosamente, Levinson non riuscì a vedere il film di Fellini prima di scrivere la propria sceneggiatura e in seguito ammise di esserne quasi contento: probabilmente il confronto lo avrebbe intimidito. Eppure l'influenza indiretta c'era stata, filtrata attraverso le parole e la sensibilità di Brooks.


Che cosa avrà visto Brooks ne I Vitelloni? Forse il senso di comunità degli amici, quella tribù maschile che si sostiene e si sabota a vicenda. Forse la malinconia di un tempo sospeso, l'impossibilità di tornare indietro e la paura di andare avanti. O forse semplicemente la capacità di Fellini di trovare poesia e umanità nei piccoli fallimenti quotidiani, negli antieroi che non cambieranno mai il mondo ma cercano disperatamente di dare un senso alle proprie vite.


Ciò che emerge dalla lista è l'immagine di un cinefilo curioso, senza preconcetti di genere o epoca. Brooks mette sullo stesso piano Chaplin e Taika Waititi, John Ford e Kevin Costner, Alfred Hitchcock e David Lynch. Non c'è gerarchie estetiche rigide, solo amore per il cinema in tutte le sue forme. E se a cent'anni continua a guardare film del 2019 con lo stesso entusiasmo con cui guardava quelli degli anni Trenta, forse è questo il vero segreto della sua longevità artistica e umana.

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