Festival Del Cinema Di Venezia: Diario Del 2-3 Giorno
Happy few: si racconta dello scambio di coppie di due donne, che si sostituiscono i rispettivi mariti. "Lo scambio di coppie non e' un'eccezione. E' qualcosa che potrebbe accadere al giorno d'oggi in ogni strato sociale", dice il regista Antony Cordier. L'unica cosa per cui vale la pena vedere il film sono le scene di sesso. "Le donne fanno sesso tra loro per risolvere un loro conflitto, perché sono in rivalità tra loro mentre i due protagonisti maschili non hanno questo problema". Forse al giorno d'oggi ci sono latri problemi.
Dal Giappone arriva Noruwei no mori (Norwegian Wood) di Tran Anh Hung, già vincitore 15 anni fa con Cyclo. Tratto dal romanzo Tokyo Blues di Haruki Murakami (1987), la pellicola è il racconto della difficoltà esistenziale dei giovani. e della malinconia giovanili. Alle diatribe della critica - che si è palesemente schierata pro o contro - risponde il regista: "Mi disinteresso completamente a quello che la critica dice. Io non mi vedo inserito in alcuna corrente. Mi innamoro di un'idea e cerco il linguaggio migliore per realizzarla". Un po' di civetteria festivaliera non guasta.
Black swan, di Darren Aronofsky, era atteso per le scene lesbo, a parte la storia ambientata nel mondo della danza classica (una prima ballerina ossessionata dalla danza è costretta a scontrarsi con la sua rivale per diventare il cigno nel Lago dei Cigni). Per noi l'ambizione della protagonista è ben caratterizzata, anzi ancora più fervida se collocata in un panorama che si presume candido, come quello della danza. Per Paolo Mereghetti de Il
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Corriere della sera, "sembra di essere alla tv, quando le risate registrate sottolineano i momenti in cui si dovrebbe ridere. Ma forse non è un caso: il film di Aronofsky 'chiama' gli applausi, li cerca, li prepara". Anche Carla Fracci lo ha stroncato: "Non mi sarei mai aspettata di assistere ad uno spettacolo del genere (...) per fortuna c'era la musica che ho amato molto: e' quella che ispira ogni danzatrice (...) Una ballerina può amare il partner in palcoscenico, però che il coreografo la violenti per poter interpretare un personaggio significa andare
oltre".
Infine l'Italia: La pecora nera di Ascanio Celestini convince tutti, da la Repubblica al TgCom. "Non è un film di denuncia della barbarie del manicomio, ma piuttosto del manicomio come istituzione al pari di altre come il carcere e la scuola che sono cose altrettanto alienanti" dice il regista. Libero adattamento dello spettacolo teatrale che da anni Celestini porta davanti le platee italiane, è un film sul disagio, sulla sonorità che pervade lo schermo perché più patologica della vista. Memore della lezione di Carmelo Bene e dei lavori di D'Ambrosi, si scaglia contro i manicomi: "è una istituzione terrificante, una cosa criminale solo averla concepita, ci sono altre cose come il supermercato dove c'é la stessa folle compulsività e alienazione". Risultato: sette minuti di applauso. Non sarà che quest'anno a Venezia vincerà l'intellettualismo puro?
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