La Madre Matrigna

Daily / News - 14 January 2009 10:15

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Il caso che presento riguarda una particolare tipologia di figlicidio non consumato, definibile cronico, nel senso che la madre, pur non avendo mai espresso la sua aggressività in un impulso mortale, mantiene una condotta volta a soffocare perennemente ogni slancio della figlia primogenita. Lucia ha 33 anni, laureata con il massimo dei voti, casalinga ed è madre di quattro figli. La donna ha interrotto la sua attività lavorativa per dedicarsi esclusivamente alla cura della numerosa famiglia, ma a partire dalla nascita della seconda bambina avverte crescere in lei dapprima una certa insofferenza, poi un chiaro fastidio, infine una franca ostilità verso la bambina primogenita, Alice, la più dotata e la più mite, disciplinata e arrendevole dei quattro. Dall'alba al tramonto Lucia sottopone la bambina ad una serie ininterrotta di rimproveri, la maggior parte senza motivo e pretestuosi. Ai rimproveri seguono sovente le percosse o altre punizioni che in maniera più selvaggia Lucia, di notte, ripercorre nei suoi sogni. C'è inoltre un impegno a cancellare nella bambina ogni autostima, di avvilire ogni evidente pregio, di generare un'immotivata colpevolezza. Alla povera Alice riserva i cibi meno delicati o gli avanzi dei fratelli, gli abiti più brutti o quelli smessi delle sorelle più piccole. Un episodio ben manifesta l'odio della mamma verso la bambina: una mattina Alice vuole prendere dal frigo una delle brioche al cioccolato che le piacerebbe mangiare tanto, ma sa che la mamma non vuole perché sono riservate solo ai fratelli. Decide di prenderla comunque e mangiarla, magari nascondendosi sotto il tavolo! Si sente un po’ in colpa ed ha paura di quello che le potrebbe succedere, sa che sta compiendo un gesto che farà arrabbiare la mamma e si spaventa tanto quando il suo viso assume quell'espressione da "strega cattiva"... ma che importa? Ormai è abituata a quel volto arrabbiato. Se la prende con lei per qualsiasi cosa, qualche sgridata o sberla in più non fa la differenza! Alice addenta così la sua tanto desiderata brioche, ma ecco che sente avvicinarsi il ciabattare della mamma! Alice per nascondersi ha lasciato il frigo aperto ed ora Lucia si è accorta che qualcuno ha frugato dentro. La mamma intuisce subito chi può essere stato. Guarda sotto il tavolo: "disgraziata!ora ti metti pure a rubare". La tira con forza per un braccio e la fa uscire da sotto il tavolo. Scuotendola violentemente le urla: "Non c'è rimedio con te! Mi fai sempre dannare!". Le tira un ceffone in pieno viso. Il consolidarsi di questo atteggiamento figlicida con il tempo si accompagnò con l'insorgenza di sintomi di natura isterica caratterizzati da inappetenza e vomito. Lucia, donna di spiccata intelligenza e di spietata lucidità, riconobbe in questa manifestazione l'involontaria e inconscia traduzione sul piano psicosomatico di un'angoscia collegata con la sua criminosa condotta. Fu allora che Lucia chiese che le cure farmacologiche venissero affiancate ad un trattamento psicoterapeutico. Ma quale può essere la causa che scatena così tanto odio nella donna verso la primogenita? Per comprenderlo si deve compiere un percorso a ritroso nella vita di Lucia. La donna nacque da un matrimonio illegittimo e crebbe i primi quattro anni con la nonna, donna forte ed autoritaria, poi con la madre, la quale non perdeva occasione per svalorizzare agli occhi della bambina il padre, descrittole come fatuo, pigro e debole in confronto a lei, donna affascinante e intelligente. Dopo le elementari fu collocata in una scuola retta da religiose dove rimase fino al conseguimento della laurea. La permanenza dalle suore segnò in maniera indelebile la sua personalità: tutto quello che era maschile veniva bandito, ogni intimità interdetta, le stesse confidenze guardate con sospetto. Aspirazione primaria dell'istituto era quello di inculcare nella mente della giovane l'idea che ogni forma di piacere fosse riprovevole e da evitare e ogni sofferenza encomiabile e da perseguire. Le profonde motivazioni del comportamento figlicida sono da ricercare quindi nell' "invidia" per la bambina, che gode degli agi di cui lei non godette, compresa la legittimità della nascita; "l'identificazione" con le suore acide e brontolone e con tutti quei pedagoghi che hanno esercitato su di lei un'influenza deformante; "l'identificazione di Alice con la mamma cattiva", abbandonica, sgualdrina e snaturata, mantenendo così ben distinta nella memoria i pregi della madre idealizzata, quella che l'ha amata più di chiunque altro. La bambina è, insomma, un capro espiatorio , necessario, comodo, irrinunciabile nella misura in cui concorre a mantenere un patologico equilibrio. La psicoanalisi sembra essere lo strumento più adatto per ristabilire un minimo di equilibrio emotivo e mentale in Lucia, ma vive la terapia in modo inconscio e con sentimenti ambivalenti, riconoscendola come una minaccia per questo equilibrio. E' cosciente di trarre profitto dalla cura, di capire quello che le accade ma, paradossalmente, di non voler continuare. In effetti Lucia interromperà la terapia dopo pochi mesi e Alice continuerà ad essere la valvola di sfogo della sua naturale e intensa aggressività.

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