Festival di Venezia 2017, recensione del film 'Foxtrot'
Il secondo lungometraggio del regista israeliano Samuel Maoz è in concorso alla 74. Mostra internazionale d'arte cinematografica
Dopo aver vinto il Leone d’Oro nel 2009 con la sua opera d’esordio, “Lebanon”, Samuel Maoz si è preso otto anni per lavorare al suo secondo film, a sua volta in concorso qui al Lido.
“Foxtrot” porta avanti la critica alle istituzioni militari che il regista aveva già introdotto in "Lebanon", e al tempo stesso moltiplica l’angoscia addentrandosi nella spirale oscura di un opprimente, a tratti surreale dramma familiare.
Il film si apre con un campanello che suona. Sono due soldati, venuti ad annunciare ai coniugi Feldman che loro figlio, Jonathan, è “caduto nell’adempimento del suo dovere”. Lei, Dafna, per lo shock viene colta da quello che sembra quasi un attacco epilettico. Lui, Michael, guarda impotente, paralizzato dal dolore, mentre i soldati somministrano un calmante alla moglie per poi procedere a fornirgli tutte le informazioni per organizzare il funerale.
Poi, quando ormai sembra già avviato sui binari di una classica storia sull’elaborazione del lutto, “Foxtrot” cambia ambientazione e personaggi, colpendo lo spettatore con il primo di una serie di sorprendenti svolte narrative.
Alla fine scopriremo che il film è una tragedia in tre atti. “Ho scelto di costruire la mia storia come una classica tragedia greca in cui l’eroe crea la propria punizione e lotta contro chiunque cerchi di salvarlo”, ha dichiarato Maoz.
D’altronde, con una scelta forse un po’ didascalica, è il titolo stesso del film a racchiuderne il messaggio fondamentale: il foxtrot è una danza che per sua natura riporta sempre al punto di partenza. Non si sfugge all’appuntamento col destino; l’ironia tragica è che ogni scelta fatta per sfuggire alla morte in realtà non fa che facilitarne l’avanzata. “La sfida che mi sono preposto è stata quella di analizzare il divario tra le cose su cui abbiamo controllo e quelle al di là del nostro controllo", ha spiegato il regista.
Maoz ha un’eccellente padronanza del mezzo filmico, ma a tratti può risultare eccessivamente manierista, con uno stile così carico di dettagli, di movimenti di macchina, di inquadrature ricercate, da sfiorare l’opulenza. L’effetto è respingente, alienante nei confronti dello spettatore, e ogni tanto sorge il dubbio se sia la scelta più appropriata per la storia.
La messa in scena, soprattutto nel primo atto, è teatrale, claustrofobica: le poche volte in cui la telecamera inquadra una finestra, ci si chiede se quello sia davvero il mondo esterno, oppure una scenografia dipinta.
Il direttore della fotografia, Giora Bejach, dà il suo contributo all’atmosfera surreale del film con una tavolozza di colori, soprattutto all’inizio, caldi e avvolgenti, colori che poi si fanno spenti e grevi, mentre la cinepresa indugia senza pietà su volti spossati dall’angoscia e da un generale senso di malessere esistenziale.
Lior Ashkenazi e Sarah Adler affrontano con quasi insostenibile intensità i loro ruoli, ma la coltre di gelo surreale in cui li avvolge Maoz spesso rende difficoltoso partecipare al loro dolore.
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