Shadow of the Tomb Raider, recensione videogame per PS4 e Xbox One

Games / Recensione - 25 September 2018 14:00

Il capitolo conclusivo della trilogia di Lara Croft

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Shadow of the Tomb Raider è la conclusione alla trilogia e alla nascita del mito di Lara Croft, l’archeologa qui sviscerata nel suo lato più intimo, dalle sue prime avventure fino a diventare quell’icona, stoica e leggendaria, che abbiamo conosciuto nei primi capitoli per Playstation 1. L’epopea di Crystal Dynamics è partita con il reboot nel 2013, dove una Lara giovane ed indifesa, alle prime armi, presentava una crescita personale ed introspettiva, che andava a configurare un personaggio profondo e stratificato, molto diverso e più interessante rispetto alla “macchina da guerra” dei titoli originali. Questa maturazione e consapevolezza di sè, molto ben narrata nel primo Tomb Raider, si è andata tuttavia affievolendo nel seguito e in questo terzo episodio che, accanto ad una parte ludica e tecnica di primissimo piano, presenta ancora una sceneggiatura fiacca e poco convincente.

Shadow of the Tomb Raider

La trama di Shadow of the Tomb Raider ci porta alla ricerca di un manufatto Maya, con il prologo ambientato in terra messicana, in una pittoresca e caratteristica cittadina dove è in scena la festa locale del Dìa de Muertos. Il percorso iniziale verso la scogliera ci introduce ai meccanismi di scalata ed esplorazione, sino alla scoperta di un pugnale maledetto che, una volta rubato, innesca una sequela di eventi nefasti, come nelle più classiche delle profezie Maya. Mare in tempesta e terremoti, centinaia di perdite umane e l’impossibilità di intervenire, fanno sprofondare Lara nel senso di colpa più assoluto e totale, mentre la Trinità, già incontrata nei due precedenti capitoli, arriva con il suo esercito e cattivo di turno a sottrarre l’artefatto alla giovane archeologa. Gli eventi innescati conducono Lara e Jonah, compagni di avventura dal primo episodio, nell’entroterra del Perù, tra foreste, civiltà dimenticate e segreti. Se l’ambientazione rimane sempre affascinante, carica di mistero e attrattiva, lo stesso non si può dire della sceneggiatura, spesso banale e mai incisiva, con dialoghi in linea purtroppo con l’ultimo capitolo, semplici, scontati, vuoti.

Il gameplay di Shadow of the Tomb Raider si rivela e conferma, invece, come uno degli aspetti più interessanti, con due anime a convivere all’interno del gioco. Abbiamo infatti la parte maggiormente d’azione, con una storia principale dal buon ritmo e che dura circa una dozzina di ore, e tutta la componente di sopravvivenza ed esplorazione, demandata ad attività secondarie, di caccia e tombe. Le dinamiche di combattimento rimangono le medesime, con una fase stealth soddisfacente, e in questo capitolo ampliata e migliorata, e sezioni shooting rimaste pressoché identiche al passato, dinamiche e leggere, senza particolari tecnicismi. L’albero delle abilità, diviso fra Concentrazione, Stoicismo e Percezione, offre interessanti varianti e opportunità ludiche, impreziosite da attività collaterali molto ben integrate all’interno dell’universo di gioco. Tornano le tombe opzionali, uno degli aspetti maggiormente riusciti e appaganti dell’intera produzione, con enigmi e puzzle ambientali davvero interessanti, oltre che gratificanti da vedere e scoprire, visto che sono ben nascoste all’interno della mappa. Le missioni secondarie vengono ora presentate come incarichi da svolgere, per alcuni personaggi e mercanti delle piccole cittadine incontrate sulla nostra strada: l’esplorazione all’interno del territorio permette di trovare e vendere le risorse e i materiali recuperati, oltre che scambiarli per armi e potenziamenti.


La componente grafica testimonia ancora una volta la bravura di Crystal Dynamics, con un impianto visivo eccezionale sotto praticamente qualsiasi aspetto, dagli scenari ricchi di elementi ed effetti ad una caratterizzazione artistica di assoluto impatto, con giungle, templi, tombe e scenari davvero spettacolari. La cura stilistica viene replicata nei personaggi, con modelli convincenti, seppure a tratti un po’ plasticosi, espressioni facciali sublimate nei filmati di intermezzo, ottimi per regia e resa del motion capture, e una Lara in ottima forma, tra animazioni e movenze, con movimenti realistici anche per quanto riguarda la naturalezza dei suoi capelli. La ricchezza di dettagli è evidente sia nelle sezioni all’aperto, tra la vegetazione peruviana, che negli interni, dove il motore di gioco regala una fotografia realistica e particolarmente ispirata, con tagli di luce che si riflettono in maniera credibile sulle varie superfici, unita a una gestione di polvere, fumo e acqua di alto livello.

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