Su Netflix trovi il thriller dal creatore di Suburra con un Favino irriconoscibile
Pierfrancesco Favino, Valerio Mastandrea, Toni Servillo e Adriano Giannini nel thriller su Netflix da vedere.
Stefano Sollima torna a raccontare il sottobosco criminale italiano con Adagio, un thriller urbano che chiude idealmente la trilogia della Roma criminale iniziata con Romanzo criminale e proseguita con Suburra. Ma questa volta il registro cambia: niente epopee gangsteristiche né ascese al potere. Qui c'è solo la caduta, lenta e inesorabile, di uomini che hanno già perso tutto.
Il film, uscito nel 2023 e della durata di 127 minuti, mette in scena un poker d'assi del cinema italiano – Pierfrancesco Favino, Toni Servillo, Valerio Mastandrea e Adriano Giannini – trasformandoli fisicamente e psicologicamente in perdenti dalla falcata incerta, fantasmi di ciò che erano. E proprio in questa trasfigurazione sta uno dei punti di forza dell'opera.
La storia parte da Manuel, un sedicenne che cerca di tirare avanti come può, prendendosi cura di un padre anziano dal passato criminale. Il vecchio, un tempo temuto con il soprannome di Daytona, ora sembra non starci più con la testa. Il ragazzo viene ricattato da un gruppo di carabinieri corrotti e costretto a partecipare a una festa per fotografare un individuo misterioso. Ma qualcosa va storto. Manuel si sente raggirato, decide di scappare e si ritrova nel mirino di persone estremamente pericolose, determinate a eliminare quello che considerano uno scomodo testimone.
Invischiato in qualcosa più grande di lui, il ragazzo è costretto a chiedere protezione proprio agli ex compari del padre: Romeo "Cammello" Baretta, interpretato da un Favino trasfigurato, e Pol Niuman, il personaggio di Mastandrea che appare poco ma con un'incisività che lascia il segno. Insieme a loro c'è Mario "Daytona" Coretti, il padre di Manuel, con un Servillo che sorprende per il suo accento romano, lontanissimo dalla sua consueta parlata napoletana.
Sollima costruisce un noir disperato, che guarda più al cinema americano che alla tradizione italiana. Il regista ha dichiarato esplicitamente di aver voluto rappresentare una Roma vista dall'alto, dove l'attenzione non si concentra sui monumenti ma sul traffico, sul movimento, sul caos urbano. Una città losangelesizzata, immersa in una cornice quasi distopica: sullo sfondo divampano incendi, la luce salta in continuazione, i blackout scandiscono la narrazione come un respiro irregolare. È una Roma catastrofista, preda di un'emergenza che amplifica la tensione esistenziale dei protagonisti.
La fotografia contribuisce a creare quell'effetto straniante: Roma non è mai stata così poco romana, così aliena. Gli incendi che divorano la città sullo sfondo non sono solo un elemento scenografico ma una metafora della distruzione interiore dei protagonisti. Tutto brucia, tutto si consuma. E in questo incendio generale, Manuel cerca solo di sopravvivere, di non essere divorato anche lui.
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