Sfera Ebbasta entra a San Siro con 10 ragazze: cosa insegna quella foto ai ragazzi d'oggi
Sfera Ebbasta a San Siro con 10 ragazze scatena il dibattito. La critica social sugli stereotipi di genere.
Sabato 5 settembre 2026, allo stadio San Siro di Milano, durante la partita tra Inter e Napoli, Sfera Ebbasta è apparso sul maxischermo in una scena che ha fatto immediatamente il giro dei social. Il rapper milanese, cresciuto a Cinisello Balsamo, seduto in tribuna con quattro ragazze accanto e altre sei nelle poltrone alle sue spalle. Dieci donne, tutte vestite in modo simile, quasi in divisa. Lui davanti, visibile, riconoscibile. Loro dietro, senza nome, senza voce, senza identità se non quella di essere lì, accanto a lui.
I commenti online si sono moltiplicati in poche ore. "King", ha scritto qualcuno. "Ma sono le bodyguard quelle dietro?", ha chiesto un altro con ironia. "La vera aura era entrare con la madre dei suoi figli", ha scherzato un terzo. Molti hanno ipotizzato un'operazione di marketing orchestrata per il lancio del nuovo album del rapper, suggerendo che il numero dieci potesse indicare le tracce del disco o un brano specifico. Una strategia promozionale perfettamente studiata, insomma, per generare buzz e conversazione.
Schede
Eppure, al di là delle interpretazioni commerciali, quella scena ha sollevato interrogativi più profondi. Lo psicoterapeuta Alberto Pellai, specializzato in educazione e sviluppo, ha colto l'occasione per una riflessione articolata pubblicata su Instagram. "Il paradosso oggi sta nel fatto che da ogni parte si invocano l'educazione di genere e la rimozione degli stereotipi di genere. A scuola si inventano progetti, si mobilitano specialisti. I ragazzi sembrano afferrare il messaggio. Nel frattempo, la loro cultura mainstream continua a bombardarli di immagini e messaggi che affermano l'esatto contrario", ha scritto.
Il riferimento implicito è chiaro: mentre nelle aule scolastiche si lavora per decostruire modelli sessisti e promuovere la parità, la cultura popolare che i giovani consumano quotidianamente attraverso i social, la musica e lo sport propone narrazioni che vanno esattamente nella direzione opposta. Un uomo al centro, circondato da donne ridotte a elemento decorativo.
Sono passati quasi vent'anni e, come nota Pellai, "siamo praticamente ancora lì. Solo che allora questa cosa veniva vista per ciò che era: un gigantesco stereotipo culturale da ribaltare. Oggi viene raccontata come qualcosa da celebrare". La domanda non riguarda la libertà delle donne coinvolte nella scena. Una donna adulta è ovviamente libera di utilizzare la propria immagine come desidera e di accettare qualsiasi tipo di lavoro o collaborazione. Il tema è un altro, più sottile e più complesso: quale modello culturale stiamo rendendo desiderabile per le nuove generazioni.
La bellezza e il corpo come forma di accesso: ai soldi, agli eventi, ai locali, alla visibilità, a un certo mondo. Pellai, padre di quattro figli di cui uno ventenne che si trovava proprio allo stadio quel giorno, ha raccontato al Corriere della Sera di averne parlato a pranzo con la famiglia. "Mio figlio poi mi ha girato la foto del matrimonio dei Me contro Te, e io li considero tremendi esattamente alla stessa maniera. Abbiamo perso i riferimenti, i valori", ha dichiarato. Il problema, secondo lo psicoterapeuta, non è Sfera Ebbasta in sé, ma la cultura di cui lui, volente o nolente, è diventato un testimonial di riferimento.
"Vorrei chiedergli se non sente alcuna responsabilità etica ed educativa avendo un pubblico così ampio tra i giovani ed essendo lui stesso un papà", ha aggiunto. La questione della responsabilità sociale degli artisti mainstream è delicata. Da un lato, la libertà espressiva e creativa è un valore fondamentale. Dall'altro, quando si raggiunge una tale ampiezza di pubblico, soprattutto tra i giovanissimi, la portata dei messaggi veicolati diventa inevitabilmente materia di riflessione pubblica. Non si tratta di censura o di giudizio morale sulle scelte individuali, ma di pensiero critico sulla rappresentazione culturale del successo, del potere e delle relazioni tra uomini e donne.
L'indipendenza femminile conquistata in decenni di battaglie passa anche dalla possibilità di costruire competenze, professionalità, potere contrattuale, autonomia economica. È un percorso molto meno instagrammabile, certo. Richiede tempo, studio, errori, frustrazione. Non offre necessariamente l'accesso immediato al tavolo giusto o alla tribuna d'onore di San Siro. La scorciatoia dell'immagine, invece, promette tutto e subito. Ed è proprio per questo che dovremmo interrogarci sul modo in cui la celebriamo e la rendiamo aspirazionale.le donne come accessori che camminano dietro di lui. patetico e imbarazzante tutto pic.twitter.com/gAGuCfPfif
— Fabiana Alba? (@__Fabiana___) September 6, 2026
Pellai ha sottolineato come "siamo noi uomini per primi a doverci distanziare da questo genere di narrazioni e di celebrazioni". Scrivere queste cose, ha ammesso, "oggi è spaventosamente impopolare. Ma al tempo stesso è troppo necessario". La necessità nasce dalla dissonanza sempre più evidente tra il lavoro educativo fatto nelle scuole e nelle famiglie e i modelli proposti dalla cultura mainstream che ragazze e ragazzi assorbono quotidianamente attraverso i loro schermi.
La fotografia di San Siro non dimostra da sola che nulla sia cambiato negli ultimi vent'anni. Sarebbe una semplificazione. Le donne oggi occupano spazi professionali, economici e culturali che nel 2009 erano molto più difficili da raggiungere. Eppure, proprio per questo, certe rappresentazioni producono una dissonanza ancora più forte. Perché nel 2026, l'immagine di un uomo potente circondato da molte belle donne continua a funzionare come rappresentazione del successo? Perché continuiamo a costruire un sistema nel quale essere scelta per la propria bellezza viene presentato alle ragazze come una forma di accesso privilegiato al denaro, alla visibilità, ai luoghi e alle persone che contano?
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