Il Gigante di Ferro è basato su una storia vera? La realtà che non conosci dietro il robot
Scopri la storia vera dietro Il gigante di ferro: come Ted Hughes scrisse il libro per aiutare i figli.
Ci sono film che rimangono impressi nella memoria collettiva non solo per la loro qualità artistica, ma per le storie che portano con sé. Il gigante di ferro, capolavoro dell'animazione del 1999 diretto da Brad Bird, è uno di questi. Dietro le avventure del piccolo Hogarth e del suo amico metallico si nasconde una genesi profondamente umana, intrecciata con tragedie personali e la necessità di elaborare il dolore più insostenibile: quello della perdita.
La storia inizia molto prima che Warner Bros decidesse di produrre il film. Tutto parte nel 1963, quando la poetessa Sylvia Plath si tolse la vita, lasciando soli il marito e due bambini piccoli. Il marito e padre era Ted Hughes, anch'egli poeta. Di fronte al vuoto lasciato dalla moglie, Hughes fece ciò che sapeva fare meglio per i suoi figli.
Schede
Scrisse il romanzo The Iron Man: A Children's Story in Five Nights (in italiano L'Uomo di Ferro), un libro pensato specificamente per aiutare i suoi figli a elaborare la scomparsa di Sylvia Plath. Una fiaba in cinque notti, come recita il sottotitolo, costruita attorno a un gigante metallico che diventa amico di un bambino. Era terapia narrativa, un modo per parlare dell'indicibile attraverso la metafora.
La trama del libro originale seguiva le linee essenziali che riconosciamo nel film, ma con una differenza sostanziale. Mentre nella pellicola il nemico è tangibile e terribilmente reale - l'esercito americano in piena Guerra Fredda - nel libro di Hughes la minaccia arriva da una creatura aliena chiamata Space-Bat-Angel-Dragon, un drago spaziale dalle caratteristiche fantastiche. È una differenza che non va sottovalutata: Bird comprese che ancorare la storia alla realtà storica l'avrebbe resa infinitamente più potente.
Quando Warner Bros acquisì i diritti, il progetto era inizialmente concepito come un musical animato. Ma quando Brad Bird entrò in scena, portò con sé una visione radicalmente diversa. Aveva letto il libro di Hughes e ne era rimasto colpito, ma vedeva potenzialità inesplorate. Voleva spostare l'ambientazione, aggiungere personaggi, eliminare le parti musicali e concentrarsi sulla relazione tra il ragazzo e il gigante. E il regista propose un'idea geniale: "E se una pistola avesse un'anima e non volesse essere una pistola?" Era un interrogativo inquietante, filosofico, perfetto per esplorare temi di autodeterminazione e violenza. E Bird aveva le sue ragioni personali per porlo.
Nel 1989, la sorella di Brad Bird, Susan, era stata uccisa dal marito in un atto di violenza domestica con arma da fuoco. Bird ha ammesso anni dopo di non aver pensato consciamente a lei quando propose l'idea del film, ma che i suoi sentimenti sulla violenza armata permeano ogni fotogramma della pellicola. Tanto che nei titoli di coda, Il gigante di ferro è dedicato proprio a Susan. Ecco dunque che il film diventa un doppio atto di elaborazione del lutto, quello di Ted Hughes per Sylvia Plath, e quello di Brad Bird per sua sorella. Due tragedie separate da decenni e oceani, unite da un robot che non vuole uccidere.
Guardare Il gigante di ferro oggi, conoscendone le origini, significa percepire gli strati di dolore elaborato attraverso l'arte. Significa riconoscere che dietro quell'immenso robot con gli occhi gentili ci sono due bambini rimasti orfani di madre nel 1963, un regista che ha perso la sorella in modo violento nel 1989, e tutti noi che in qualche modo abbiamo dovuto fare i conti con la perdita.
Il gigante non è solo un robot che cade dallo spazio. È un contenitore per il nostro dolore, un modo per dire ai più giovani che va bene soffrire, ma che possiamo scegliere chi essere nonostante tutto. Che non siamo le nostre ferite, ma le scelte che facciamo dopo averle ricevute.
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