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Giovanni Verga, i Malavoglia nella storia del peccato e del coraggio

L\'uscita in formato Kindle de Una peccatrice di Verga amplia la sua visione della natura umana

Giovanni Verga, i Malavoglia nella storia del peccato e del coraggio

Desiderare di avere un’imbarcazione di lumini, per poter lavorare senza costrizioni. Gettarsi in un’avventura che racchiude tutte le speranze dei giorni. La famiglia Malavoglia nell’omonimo romanzo del 1881 lo fa, investe nella nave Provvidenza tante forze da risultarne spossata: “Provvidenza che era la più vecchia delle barche del villaggio, ma aveva il nome di buon augurio. Maruzza se ne sentiva sempre il cuore nero, ma non apriva bocca, perché non era affar suo, e si affaccendava zitta zitta a mettere in ordine la barca e ogni cosa pel viaggio, il pane fresco, l\'orciolino coll\'olio, le cipolle, il cappotto foderato di pelle, sotto la pedagna e nella staffetta” (Cap. I).

Questa è in sintesi la trama de I Malavoglia (anche in ebook) e la recente pubblicazione in formato Kindle (per la General Books LLC) di un altro romanzo di Giovanni Verga, Una peccatrice (1865, disponibile anche in cartaceo) mette in luce lo stesso messaggio di espiazione. Anche qui la trama è quella di uno studente che si innamora di una donna sposata, Narcisa Valderi investendola delle proprie passioni letterarie, stancandosi poi di lei tanto da indurla al suicidio.

Così le sorti che dovrebbero rimanere distanti si avvicinano. Un temporale distrugge la Provvidenza, inabissandola e facendola riemergere malconcia, mentre il vecchio Padron ‘Ntoni, che tutta la vita l’aveva dedicata ad essa la osserva impotente:“La Provvidenza l\'avevano rimorchiata a riva tutta sconquassata, così come l\'avevano trovata di là dal Capo dei Mulini, col naso fra gli scogli, e la schiena in aria. In un momento era corso sulla riva tutto il paese, uomini e donne, e padron \'Ntoni, mischiato nella folla, guardava anche lui, come gli altri curiosi. Alcuni davano pure un calcio nella pancia della Provvidenza, per far suonare com\'era fessa, quasi non fosse più di nessuno, e il poveretto si sentiva quel calcio nello stomaco”.

Sarà colpa della sorte, della sfortuna. In realtà è la superficialità della famiglia Malavoglia, nonché dello stesso padron ‘Ntoni ad aver causato ciò: il buon senso dice che con una nave malandata non ci si spinge al largo, soprattutto che i lupini non dovrebbero essere avariati per venderli. “Padron \'Ntoni adunque, per menare avanti la barca, aveva combinato con lo zio Crocifisso Campana di legno un negozio di certi lupini da comprare a credenza per venderli a Riposto, dove compare Cinghialenta aveva detto che c\'era un bastimento di Trieste a pigliar carico. Veramente i lupini erano un po\' avariati; ma non ce n\'erano altri a Trezza”.

Inoltre c’è anche un discorso velatamente sessuale in mezzo: “bisognava pensare ancora che la Mena entrava nei diciassett\'anni, e cominciava a far voltare i giovanotti quando andava a messa. ‘L\'uomo è il fuoco, e la donna è la stoppa: viene il diavolo e soffia”. Come la protagonista Narcisa Valderi in Una peccatrice.

I Malavoglia hanno agito per un motivo valido, per garantire la sopravvivenza quotidiana, il pane e il cibo, dopo la partenza del giovane ‘Ntoni. Ma è da quell’imprudenza che tutto è nato, dai lupini avariati: la morte del figlio Bastianazzo, il debito accumulato con i lupini, la morte del Luca nella battaglia di Lissa (1866), la perdita dell\'amata “casa del nespolo” e dell’onore. La superficialità non ammette ignoranza. E la rettitudine che anche in tempo di crisi deve essere conservata, stavolta ha causato ciò che è giusto avvenga: la disperazione. L’errore più grave sarebbe considerare vittima la famiglia. In realtà è colpevole, di superficialità. E ogni successiva consecuzione della trama, in realtà è una fuga dalle proprie responsabilità. Così come la perdita del senso della ragione. E dall’errore iniziale commesso. “Veramente i lupini erano un po\' avariati”.

Casetti, sulle trasposizioni cinematografiche di Verga, cita il critico Guido Aristarco: “A proposito de La terra trema, egli nota come Visconti porti a “farsi stile” il neorealismo, esattamente come Verga aveva fatto per il naturalismo: in entrambi gli autori la verità non coincide più con il rispecchiamento esteriore delle cose, ma ‘si identifica  con la creazione poetica” (Francesco Casetti, Teorie del cinema, 1945-1990, Bompiani, 2002, p. 29). Dalla realtà Verga ha tratto un messaggio superiore.

Ne I Malavoglia, alla fine solo compare Alessi con la fatica riesce ad estinguere il debito e riacquistare la “casa del nespolo”. Invece in Una peccatrice il protagonista non ristabilisce l’ordine, ma dopo la morte dell’amata finisce le sue giornate “rimando qualche sterile verso per gli onomastici dei suoi parenti, e dissipando il più allegramente possibile lo scarso suo patrimonio”. Un finale meno glorioso di quello de I Malavoglia, forse perché composto 16 anni prima. Inferiore addirittura a quello dei semplici Malavoglia, dove si torna alla quotidianità che non ci fa desiderare altro che un nespolo.

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