Festival di Venezia 2017, recensione del film 'Team Hurricane'
Il debutto della regista danese Annika Berg è tra i sette film scelti per la 32ma Settimana Internazionale della Critica
“Un’avventura punk interamente al femminile che parla di ragazze radicali in un mondo ordinario”: così Annika Berg descrive “Team Hurricane”, il suo primo lungometraggio a due anni da “SIA”, il corto con il quale ha ottenuto una nomination ai Danish Robert Awards del 2017.
“Team Hurricane” racconta l’amicizia che si instaura tra otto adolescenti (le cui interpreti sono state reclutate dalla regista tramite i loro profili social) durante un’estate trascorsa in un’associazione giovanile. Il tocco femminile di Berg si percepisce innanzitutto nella libertà assoluta che la regista concede alle ragazze di essere personaggi a tutto tondo, ovvero persone con luci ed ombre, momenti di tenerezza e di cattiveria, di volgarità e di saggezza.
Il film è una centrifuga di immagini, colori e suoni, che mescola documentario, riprese col cellulare, e momenti di finzione fortemente stilizzata. L’estetica della Berg è a cavallo tra il vintage e il kitsch, un potpurri fatto di orsacchiotti, rimandi alla cultura pop giapponese, vibratori, costumi sgargianti, giri in bicicletta, confessioni fatte davanti al cellulare nel buio della propria camera.
Potremmo definirlo un “Breakfast Club” senza maschi, e aggiornato alle tendenze giovanili degli anni Duemila. La storia non si fa mancare niente, andando a toccare tutte le problematiche adolescenziali classiche, quasi come se stesse spuntando le voci scritte su una lista: anoressia, sesso, transessualità, autolesionismo, paura del futuro, paura di crescere, liti furiose con i genitori, e chi più ne ha più ne metta.
Le otto protagoniste (Mia, Ida, Sara, Maja, Zara, Eja, Mathilde, Ira) affrontano la vita con la fierezza e l’incoscienza di un gruppo punk, un’esplosione di vitalità e colore che cozza di continuo contro la grigia mediocrità e il conformismo che i pochi adulti del film cercano ogni tanto di imporre.
“Team Hurricane” ha senza dubbio un gran cuore, ma alla lunga risulta stucchevole. Berg è guidata dalla pulsione di celebrare un’età finita ancor prima di essere stata vissuta, ma tende a sovraccaricare la narrazione, a rendere le sue inquadrature un po’ troppo artefatte a scapito del piacere della fruizione, bombardando lo spettatore di input visivi e di montaggi psichedelici. Il tutto poi è condito da una colonna sonora martellante, fatta di beat elettronici, di sintetizzatori, di cantanti dalla voce volutamente infantile (ma non per questo meno fastidiosa).
Dopotutto il filo conduttore vuole essere proprio l’anarchia del furore giovanile. Se non altro, “Team Hurricane” va elogiato per lo sguardo amorevole, indulgente con cui racconta le sue protagoniste, senza mai cercare di forzare l’emotività dello spettatore. Ce le mostra così come sono, e se da una parte l’artificiosità della regia ci rende un po’ troppo consapevoli che quella che stiamo guardando è solo una messa in scena, dall’altra è rinfrescante vedere dei personaggi che si vogliono bene, che risolvono i loro conflitti comunicando e abbracciandosi. Il merito è soprattutto delle otto attrici dilettanti, che riescono sempre a rendere verosimili i loro dialoghi e a trasmetterci la forza della loro intesa.
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