Venezia 80: recensione film Io capitano
Io capitano è il film in concorso alla Mostra del cinema di Venezia
Sedydou (Seydou Sarr) e Moussa (Moustapha Fall) desiderano lasciare il Senegal, per avere una vita migliore in Italia. Hanno sedici anni, la madre di Sedydou non approva la decisione, e dopo aver danzato in un ballo tradizionale, con abiti sgargianti, gli impone di restare a casa.
Sedydou di nascosto fugge, e si trova ad affrontare un percorso ferale, solcando il deserto del Sahra per giungere a Tripoli, e da lì salpare per la Sicilia. Ma ciò che Sedydou non sa, è che la mafia libanese è capace di imprigionare i migranti e liberarli solo previo pagamento, torturarli e ucciderli, e la fuga non è contemplata. Sedydou si separa da Moussa – suo cugino - messo in prigione, e grazie a un lavoro saltuario come muratore, riesce a scappare e giungere a Tripoli: ma la traversata del Mediterraneo è lontana, e uno degli obiettivi di Sedydou è ritrovare il cugino.
L’abbaglio della fuga nel film Io capitano
Matteo Garrone ci conduce nella carne viva della sofferenza, che si esplica sia nell’aspirazione a una vita migliore, in un altro continente, sia nelle aspettative deluse fiaccate dalle torture. È il personaggio di Sedydou a ergersi con il suo coraggio, mentre incita gli altri migranti a resistere, oppure – nel deserto – tentennando a procedere, perché vuol salvare una donna morente. Il film con una macchina da presa aderente ai personaggi, amplifica questo abbaglio di fuga, rappresentato da alcune scene di sogno ben innestate. La fotografia satura di Paolo Carnera rende vivido quest’ambizione, quasi rendendola brillante; la colonna sonora di Andrea Farri screzia di modernità le sequenze, con quattro canzoni inedite cantate in lingua senegalese da Sarr e Fall, tra cui Baby. Insieme alla forza di personaggi, fa ripercorrere la storia della migrazione dal punto di vista opposto, non quella che viene raccontata attraverso le notizie all’approdo a Lampedusa, ma nelle aspettative e nelle angherie.
Schede
Io capitano si staglia, così, come uno dei film più innovativi dell’ultimo decennio prodotto in Italia, per il suo sguardo lineare, un senso del pudore della sofferenza raro, e un realismo che lascia sconcertati. E che speriamo sia scelto come candidato italiano per rappresentare la nazione ai prossimi premi Oscar.
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