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Recensione: I buoni vicini di Ryan David Jahn

Recensione: I buoni vicini di Ryan David Jahn

Recensione: I buoni vicini di Ryan David Jahn - Katrina Marino, per tutti Kat, si trascina sulle braccia contro il cemento nel cortile della sua palazzina. La metà degli appartamenti del complesso sono affacciati, ci sono una dozzina di salotti illuminati, ci saranno trenta o più persone di cui riesce a vedere le facce.
Riconosce Larry e Diane Myers, Thomas Marlowe che una volta l'ha aiutata a portare la spesa, Anne Adams che è italiana come lei e le chiede i sughi per la pasta.
Tutti loro sanno che dovrebbero chiamare la polizia. Tuttavia i buoni vicini ad assistere alla scena sono in tanti: qualcuno l'avrà sicuramente già fatto, meglio non intasare le linee telefoniche.
Kat raggiunge la panchina nell'odore di rame che scorre lungo la schiena e il dolore pulsante nell'ascella, chiede invano aiuto, poi cerca di raggiungere l'appartamento prima di "sciogliersi sul suolo": "fanculo, voleva solo farsi un cavolo di bagno".
Tra le 4 e le 6, mentre Kat subisce 2 aggressioni da parte del suo aguzzino e lotta tra la vita e la morte, si consumano anche i drammi esistenziali dei buoni vicini: c'è Thomas con la vecchia colt 45 puntata alla tempia, indeciso tra l'abito regolare e quello buono; c'è Patrick in partenza per il Vietnam e in procinto di abbandonare mamma Harriette, malata terminale, in preda ai sensi di colpa.
Ci sono Diane e Larry: nel loro appartamento al secondo piano, va in scena l'ultimo atto del loro lungo matrimonio. Ci sono Peter e Annie: Bettie e Ron li hanno convinto a provare lo scambio delle coppie, ma il gioco volterà in dramma.
C'è Frank Riva che attraversa la notte in cerca di un bambino investito dalla moglie. C'è Alan Kees, poliziotto corrotto dalla dura metropoli e David che sulla sua ambulanza avrà finalmente l'occasione di pareggiare i conti con il suo ex professore d'inglese Nathan Vacanti.

Ritmo vertiginoso per una scrittura in presa diretta capace di fermare drammatiche istantanee in rotta di collisione, per poi restituirle, intatte, al bisticcio accidentale del corso degli eventi.

I buoni vicini è tratto da un efferato episodio di cronaca nera avvenuto a New York che sconvolse l'opinione pubblica americana: il 13 marzo del 1964, Catherine Susan Genovese, per tutti Kitty, sta tornando a casa dal bar sulla Jamaica Avenue in cui lavora: parcheggia la sua Fiat rossa lungo la ferrovia che costeggia il complesso di palazzine dei Kew Gardens nel Queens, dove convive con la socia Mary Ann Zielonko. Sono circa le 3 e venti di notte quando viene raggiunta da un uomo, Winston Moseley, che l'accoltella alla schiena per due volte. Le urla di aiuto di Kitty si perdono nella notte. Qualcuno da una finestra grida all'uomo di lasciare in pace la donna. L'uomo scappa e la donna, gravemente ferita, cerca di raggiungere il proprio appartamento. Dopo circa 10 minuti, l'aggressore torna. Kitty, 28 anni, morirà in ambulanza sulla via per l'ospedale.

Due settimane dopo, il 27 marzo, sulla prima pagina del "New York Times" esce l'articolo a firma di Martin Gansberg che punta il dito contro l'indifferenza di 38 testimoni.
Tuttavia le indagini smentirono in parte l'articolo, accertando che la donna subì due assalti (non tre), che furono almeno una dozzina (non 38) i vicini della donna ad udire le grida e, soprattutto, che nessuno dei testimoni potè assistere all'intera sequenza dell'omicidio consumatosi in due riprese successive, ma solo parte di esso. Infatti, di questa dozzina, solo Joseph Fink si rese conto che la donna era stata accoltellata nella prima aggressione e solo Karl Ross capì che lo era stata durante la seconda aggressione. Dopo le grida sentite durante la prima aggressione, molti dichiararono di avere pensato a un litigio di coppia o tra ubriachi.

Il comportamento dei testimoni e le ragioni per cui i soccorsi furono chiamati solo un secondo lunghissimo arco di tempo, venne studiato da Bibb Latané e John Darley che pubblicarono i risultati della ricerca nella rivista "Journal of Personality and Social Psychology" nel 1968 (The unresponsive bystander: Why doesn't he help?, 1970). I due psicologi identificarono l'effetto spettatore, conosciuto anche come sindrome Genovese (bystander effect o Genovese syndrome): un fenomeno psicologico sociale riferito ai casi in cui più individui presenti non offrono alcun tipo di aiuto alla vittima in caso di emergenza. Studiando il comportamento di un gruppo di studenti, spettatori in una situazione d'emergenza, Latané e Darley poterono concludere che maggiore è il numero degli spettatori, minore è la probabilità di aiuto per la vittima. Ognuno dei testimoni presuppone che qualcun altro interverrà: il senso di responsabilità individuale viene suddiviso tra i membri, l'impatto empatico attutito. Altre ragioni che sottostanno al mancato soccorso sono la paura e l'imbarazzo di sopravvalutare il pericolo e risultare, di conseguenza, ridicoli di fronte al gruppo. La maggior parte della gente comune, non avendo dimestichezza con situazioni di emergenza, all'occorrenza avverte uno stato di confusione che interagisce con la capacità di valutare la soglia del pericolo.

Ryan David Jahn, I buoni vicini, Fanucci Editore, pp 229, Euro 16,00 - Isbn 978-88-347-1700-4

 

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