Carlo Alberto dalla Chiesa: delitto di mafia?
La Morte del generale dalla Chiesa a 32 anni di distanza. Che cosa aveva capito Carlo Alberto dalla Chiesa della mafia siciliana e qual era la sua personale lotta alla mafia.
Carlo Alberto dalla Chiesa. A 32 anni dalla morte non possiamo dimenticare il sacrificio del Generale dei Carabinieri Carlo Alberto dalla Chiesa, ucciso assieme alla moglie Emanuela Setti - Carraro e all’uomo di scorta Domenico Russo, in una solitaria giornata palermitana. Solitaria era la mafia secondo lo Stato ma non secondo lui, che ne aveva già capite le collusioni con le alte sfere politiche. Solitaria era Palermo secondo lo Stato ma non secondo il generale, che aveva già capito come la mafia non fosse più un problema siciliano. Solitaria era la figura del generale, in un ambiente fatto di trame politiche e mafiose che l’hanno circondato fino alla morte.
Lotta alla mafia. In questo clima solitario, Carlo Alberto dalla Chiesa avrebbe avuto il compito, in qualità di prefetto, di dare una spinta sull’acceleratore della lotta alla mafia fino a debellarla così come aveva fatto con le BR pochi anni addietro. Il problema principale, dalla Chiesa lo aveva capito, stava in due particolari fondamentali: il primo, che la mafia in Italia era parte integrante dello Stato, a differenza (forse) delle BR; il secondo, che la mafia non era più solo Cosa Nostra, non era più solo in Sicilia. C’era un altro problema: la richiesta di aumentare i poteri della prefettura di Palermo, promossa dal generale stesso, non fu mai ascoltata.
Mafia siciliana. La richiesta di avere poteri straordinari non era dettata da deliri di onnipotenza. Anzi, da una mente acuta. A dispetto delle “menti raffinatissime” di cui parlerà Giovanni Falcone ad anni di distanza per indicare quelle personalità di alto profilo intellettuale e professionale colluse con la mafia, la mente acuta di Carlo Alberto dalla Chiesa aveva capito una cosa: la “mafia siciliana” non c’era più. Le nuove tecnologie davano nuovi poteri alla criminalità organizzata. “Ricordo che i miei corleonesi, i Liggio, i Collura, i Criscione si sono tutti ritrovati stranamente a Venaria Reale, alle porte di Torino, a brevissima distanza da Liggio con il quale erano stati da me denunziati a Corleone per più omicidi nel 1949. Chiedevo notizie sul loro conto e mi veniva risposto: " Brave persone. Non disturbano. Firmano regolarmente”. Nessuno si era accorto che in giornata magari erano venuti qui a Palermo o che tenevano ufficio a Milano o, chi sa, erano stati a Londra o a Parigi" dichiarò in un’intervista il generale.
Morte del generale dalla Chiesa. Così arrivò quella solitaria giornata di settembre: 3 settembre 1982. Per spiegare la morte del generale dalla Chiesa, però, non dobbiamo chiedere chiarimenti solo alla mafia. In una delle sue ultime interviste, Carlo Alberto dalla Chiesa dichiarò: “La Mafia ormai sta nelle maggiori città italiane dove ha fatto grossi investimenti edilizi, o commerciali e magari industriali. Vede, a me interessa conoscere questa "accumulazione primitiva" del capitale mafioso, questa fase di riciclaggio del denaro sporco […] Ma mi interessa ancora di più la rete mafiosa di controllo, che grazie a quelle case, a quelle imprese, a quei commerci magari passati a mani insospettabili, corrette, sta nei punti chiave, assicura i rifugi, procura le vie di riciclaggio, controlla il potere.” Sono parole, queste, che riecheggiano nel discorso di Pietro Grasso nel trentennale della morte del generale dalla Chiesa: “È questo quadro, nel quale resistono da decenni ampie zone d’ombra, a far pensare che la mafia non fosse l’unica responsabile della trama criminale ma che abbia svolto il ruolo di "braccio armato" per interessi propri e di altri poteri”.
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