Venezia 80: recensione film Origin
Origin è il film in concorso alla Mostra del cinema di Venezia
Origin è il film presentato
in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia. La regista Ava DuVernay affronta
le tematiche del razzismo in maniera nuova e dirompente, cercando un
collegamento tra le motivazioni che condussero alle segregazioni raziali americane,
con le leggi razziali tedesche che portarono all’olocausto.
Il film è tratto dal libro Caste: The Origins of Our Discontents (2020) di Isabel Wilkerson, un saggio che - trasposto al cinema - assume una vita propria, mescolando finzione con ricostruzione documentaria. Isabel (Aunjanue Ellis-Taylor) è una scrittrice affermata, vincitrice di un premio Pulitzer: è di colore, mentre il suo compagno Brett (Jon Bernthal) è caucasico. La madre Marion (Niecy Nash-Betts) è anziana, e Isabel decide di farla ospitare in una casa di riposo. Quello che sembra un gesto ponderato, innesca un meccanismo sinistro. La tranquillità di Isabel è messa a soqquadro, il marito muore nella notte, e dopo pochi mesi anche Marion.
Il sistema della caste nel film Origin
Isabel esce dal torpore gettandosi nel lavoro: si tratta di un nuovo libro, che svelerà dettagli finora mai affrontati: alla base delle leggi razziali tedesche, c’erano le leggi Jim Crow, emanate dal statunitense tra il 1876 per creare e mantenere la segregazione razziale. Ma Isabel va oltre: il sistema delle caste che vigeva su entrambi i regolamenti, è tuttora presente in India, con la figura dei dalit: si tratta degli “intoccabili”, che esercitano professioni che hanno a che fare con la nascita (ostetriche, dottori) e la morte (macellaio, conciatore di pelli). I dalit devono essere isolati dalla comunità perché possono rendere impuro un membro di caste superiori anche solo sfiorandolo con lo sguardo o con la propria ombra.
Le caste modificano la percezione della realtà, perché impongono l’esogamia, facendo sposare persone che appartengono alla stessa razza; allontanano ciò che è differente, e lo soggiogano fino a instillare il senso di colpa. La stessa uccisione dei neri ad opera delle forze dell’ordine ne è una protuberanza, fino ai preconcetti per le diversità di genere.
Schede
Ava DuVernay – candidata all’Oscar per Selma – propone un modo nuovo di mescolare il saggio con il racconto filmico: mai noioso, e che attanaglia come un buon thriller. La protagonista Aunjanue Ellis-Taylor è sagace nel mostrare lo sconcerto per la disintegrazione della sua vita personale, fino all’ostinatezza nel dimostrare la propria teoria. La ricostruzione del periodo nazista, con le riunione dei generali che decisero la promulgazione delle leggi razziali traendole dalle Jim Crow, non è mai scontata, ma si amalgama con la regia dell’azione attuale. Così come con la vicenda di Al Bright, un artista e educatore, cui – da bambino - fu impedito l'accesso alla piscina pubblica tanto che dovette restare sopra un materassino, senza toccare l’acqua per non “inquinarla”.
Origin è un film complesso per i temi che vuole affrontare, ma che diluisce in maniera viva. Un film intenso e caparbio, così come la protagonista, che apre verso nuovi modi di racconto, ancora non sfruttati.
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