Festival di Venezia 2017, 'L'ordine delle cose': recensione del film
Attraverso la figura del suo protagonista, un alto funzionario del Ministero degli Interni, la pellicola di Andrea Segre svolge una riflessione approfondita, a tratti tagliente, sullo scottante tema d
“L’ordine delle cose” è il terzo lungometraggio di Andrea Segre, presentato in Proiezioni Speciali alla 74.ma edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica. Si tratta di un film ambizioso, che affronta con rigore e meticolosità (Segre è innanzitutto un prolifico regista di documentari) il tema dell’immigrazione irregolare, in particolare i frastagliati rapporti tra Italia e Libia nella gestione dei flussi migratori.
“L’ordine delle cose” può contare su un cast di prim’ordine. Paolo Pierobon (apprezzatissimo attore di teatro noto al pubblico più mainstream grazie al personaggio di Filippo De Silva in “Squadra antimafia – Palermo oggi”) offre una straordinaria performance nei panni di Corrado Rinaldi, un alto funzionario del Ministero degli Interni italiano specializzato in missioni internazionali contro l’immigrazione irregolare. Dal governo italiano riceve l’incarico di affrontare una delle questioni più spinose dei nostri tempi, i viaggi illegali dalla Libia verso l’Italia.
Insieme ai suoi colleghi (tra cui il Luigi di Giuseppe Battiston e il Terranova di Fabrizio Ferracane), Corrado si ritrova così ad affrontare il campo minato che è la Libia post-Gheddafi. Quello di Pierobon è un personaggio in costante movimento: l’azione si sposta di continuo dalle stanze del potere a Roma a quelle di Tripoli, da Venezia al centro di detenzione migranti a Zawiya. Il cambio incessante di location offre al regista la possibilità di creare contrasti interessanti: da una parte i disperati ammassati nelle prigioni del deserto libico, dall’altra il lusso quasi asettico della villetta fuori Padova che ospita Corrado e la sua famiglia.
La rigida struttura della vita di Corrado sembra incrinarsi quando il poliziotto incontra Swada: all’improvviso, il problema dell’immigrazione ha un volto, un nome, un sorriso, un futuro a cui ambire oltre le insormontabili frontiere europee.
E’ qui che “L’ordine delle cose” dimostra il suo coraggio: nonostante qualche caduta nel retorico e nel didascalico, il film si rivela disposto a correre anche dei rischi, e non si tira indietro quando decide di mostrare il suo protagonista in tutta la sua ambiguità.
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