Festival di Venezia 2017, il film 'M' sulla conoscenza senza parole
"M" è il film di Sara Forestier presentato alla Mostra del cinema di Venezia
Come nella tradizione del cinema francese, è dai gesti semplici che nasce una storia: quella di Lila e Mo, che si incontrano ad una fermata dell'autobus e da lì cominciano una relazione. Lei ha un problema che le impedisce di parlare, lui è stravagante e si mantiene con le corse clandestine.
In “M” di Sara Forestier la protagonista Lila studia per sostenere gli esami, e nel rapporto con Mo getta una verve che non credeva di possedere. Il film tra questo mutismo solo esteriore di Lila e quello interiore di Mo crea una dimensione oscura e invalicabile, quasi che i due abbiano più segreti di quelli che non vogliono confessare.
Su questo passaggio lieve – pur nella semplicità della trama – si innesta una progressiva conoscenza, una corrispondenza reciproca che lo spettatore è portato ad accettare, pur dall’iniziale perplessità.
La regista Sara Forestier ha vinto il premio César nel 2004 come attrice emergente per l’interpretazione di Lydia nel film “La schivata” e nel 2011 per “Le Nom des gens”: sa quindi come far veicolare i dilemmi agli attori, da Redouanne Harjane che interpreta Mo, a sé stessa nel ruolo di Lila. Il film pecca di una prolissità proprie di alcune opere prime, che emerge soprattutto nella gestualità dei due protagonisti. Ma lo sguardo della protagonista mentre cerca di non cedere alle parole di Mo, per poi esserne vittima è emblematico di un tipo di cinema che ritiene che l’attore sia essenziale nel veicolare il valore del film, tramite le lacrime che emergono dia primi piani o movimenti di guance.
È La stessa tenacia attoriale che emerge in film come “Prima dell’alba” (2005) con Ethan Hawke e Julie Delpy, “Landline” con Jenny Slate e Edie Falco, “Bokeh” con Maika Monroe e Matt O'Leary. O di un recente successo francese, “Ce qui nous lie” di Cédric Klapisch con Pio Marmai e Ana Girardot. Più basso è il budget di produzione, migliore è l’impegno degli attori, che cercano di far veicolare con le proprie performance un’empatia maggiore di quanto ci si possa aspettare dalla sceneggiatura. Quella dedizione rossa che Ernest Hemingway citava per la scrittura, per cui non occorre fare altro che “sedersi alla macchina da scrivere e sanguinare”.
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