Festival di Berlino 2016, un programma che affronta la fuga dalla condizione quotidiana
Il Festival di Berlino 2016 ha in concorso film che affrontano affronta la fuga dalla condizione quotidiana. Per l'Italia c'è Gianfranco Rosi con "Fuocoammare".
Il Festival di Berlino con la sua 66esima edizione dà spazio quest’anno a film con tematiche dal forte impatto sociale, che raccontano come si cerchi di svincolarsi dalla propria condizione quotidiana. Il festival si concluderà il 21 febbraio.
Dalla Germania giunge “24 Wochen” di Anne Zohra Berrached. La trama segue Astrid, una comica che per vivere fa ridere la gente per vivere mentre il marito Markus è il suo manager: quando vengono a sapere che il loro figlio non nascerà sano, non sanno se affrontare la sfida, con Astrid che si rende conto che la decisione dovrà essere presa da sola.
“Soy Nero” di Rafi Pitts si svolge al confine tra Messico e gli Stati Uniti, dove una recinzione è usata da giovani come rete da pallavolo per partite che divengono internazionali: Nero vuole diventare un cittadino degli Stati Uniti, segue le tracce del fratello che lo portano a Los Angeles, l’unica possibilità di ottenere una green Card è arruolarsi per il servizio militare e finisce così nelle zone di guerra del Medio Oriente, con una mitragliatrice in mano.
In “L’avenir" (“Things to Come”) di Mia Hansen-Løve con Isabelle Huppert la protagonista Nathalie insegna filosofia in un liceo di Parigi, con una vita sconvolta quando il marito confessa di essere in partenza con un'altra donna. In “Alone in Berlin” di Vincent Perez siamo nel 1940, quando la propaganda nazista celebra la vittoria del regime sulla Francia ed una coppia di tedeschi è in lutto per il figlio ucciso al fronte, dopo aver creduto nel ‘Führer’.
Dagli Stati Uniti giunge “Chi-Raq” di Spike Lee con Nick Cannon, John Cusack e Samuel L. Jackson. Il film è ambientato nel mondo dell’hip-hop di Chicago, dove tra il 2001 e il 2015 sono morte 7.356 persone a causa della violenza armata.
“Midnight Special” di Jeff Nichols la trama ruota attorno a Roy, ragazzo con poteri straordinari che deve indossare occhiali protettivi, ricercato da estremisti religiosi nonché dalla polizia locale e funzionari governativi. Infine il documentario “Zero Days” di Alex Gibney, che esplora il fenomeno di Stuxnet, un virus informatico autoreplicante scoperto nel 2010 da esperti internazionali.
Dall’Oriente giungono “Hele Sa Hiwagang Hapis” (”A Lullaby to the Sorrowful Mystery”) di Lav Diaz: si racconta di Andrés Bonifacio y de Castro, considerato uno dei fautori più influenti nella lotta contro il dominio coloniale spagnolo nelle Filippine durante la fine del XIX secolo.
Dall’Italia abbiamo Gianfranco Rosi con “Fuocoammare”: Samuele è un dodicenne che vive su un'isola del Mediterraneo, in balìa per anni delle traversate di uomini, donne e bambini che cercano di giungere dall’Africa.
“Kollektivet” (“The Commune") è del danese Thomas Vinterberg, sul docente Erik che eredita una vecchia casa di suo padre a Hellerup, a nord di Copenhagen, con una moglie che suggerisce di invitare i loro amici a venire a vivere con loro per sfuggire alla noia del loro matrimonio.
“Quand on a 17 ans” (“Being 17”) del francese André Téchiné s’incentra su Damien e Thomas, ragazzi che frequentano la stessa classe di liceo, litigando continuamente e poi costretti a vivere sotto lo stesso tetto.
“Smrt u Sarajevu / Mort à Sarajevo” (“Death in Sarajevo”) di Danis Tanović ripercorre la sta del 28 giugno 2014, quando nell’Hotel Europa ci si prepara ad accogliere una delegazione di diplomatici nel centenario dell'assassinio che condusse alla prima guerra mondiale: il personale dell'hotel ha altre preoccupazioni, non essendo stato pagato da mesi organizza uno sciopero.
“Zjednoczone Stany Miłosci” (“United States of Love”) di Tomasz Wasilewski racconta della Polonia del 1990, che dopo anni di stagnazione scopre una rinascita, la quale è solo apparenza.
“Chang Jiang Tu” (“Crosscurrent”) del cinese Yang Chao narra di Gao Chun, giovane capitano che dirige la sua barca da carico sul fiume Yangtze, responsabile di liberare l’anima del padre defunto.
Iraniano è “Ejhdeha Vared Mishavad!” (“A Dragon Arrives!”) di Mani Haghighi, ambientato nel gennaio 1965 quando il primo ministro iraniano fu ucciso davanti al palazzo del parlamento. Infine “Inhebbek Hedi” del tunisino Mohamed Ben Attia che nella vita ordinaria del protagonista fa irrompere la scelta di una moglie, scoprendo però di essere innamorato di un’altra donna.
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