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Intervista a Jack Topalian, dalla serie tv Euphoria a Sugar

Jack Topalian è nella serie tv Euphoria

Intervista a Jack Topalian, dalla serie tv Euphoria a Sugar

I casting director l'hanno definita "l’uomo dai mille volti". Qual è il segreto di questo camaleontismo che continua a colpire gli addetti ai lavori?

Credo che il mio percorso mi abbia regalato un vantaggio naturale: anni di viaggi intorno al mondo e una carriera nel business mi hanno permesso di osservare e interagire con le persone più diverse. Quando affronto un ruolo, cerco prima di tutto di decodificare la narrazione e il peso specifico del mio personaggio all'interno della storia. Poi passo alla trasformazione fisica: lavoro sulla voce, sull'accento, sulla postura e sul portamento. Che io debba interpretare un insegnante o un gangster, l’obiettivo è sempre lo stesso: infondere in ogni personaggio un senso di empatia e di verità assoluta.


Quest'anno la vedremo in due produzioni di rilievo, Euphoria e Sugar. Cosa dobbiamo aspettarci dai suoi personaggi e come si differenziano i due progetti sul piano creativo?

Entrambi i ruoli sono delle novità che si inseriscono nel cuore della trama principale delle nuove stagioni. In entrambi i casi ho interagito strettamente con i protagonisti, comparendo in quasi tutti gli episodi. Per quanto riguarda la caratterizzazione, posso dire che si tratta di figure agli antipodi: due mondi completamente diversi tra loro.


Il fenomeno Euphoria vanta una fanbase globale straordinaria. Com’è stato entrare in quell’universo e lavorare al fianco di talenti come Zendaya, Jacob Elordi e Sydney Sweeney?

Ho lavorato sul set di Euphoria per oltre tre mesi. Fin dal primo giorno, Sam Levinson (creatore e regista della serie) mi ha accolto con un entusiasmo contagioso, facendomi sentire subito parte integrante del progetto. Anche sua moglie Ashley, produttrice esecutiva, è stata fondamentale nel presentarmi a tutti. Sono stato accolto con grande calore da tutto il cast principale — Jacob, Sydney, Eric, Maude, Zendaya e Alexa — e dai tecnici. È una macchina produttiva molto affiatata, quasi una famiglia, dato che lavorano insieme dalla prima stagione, ma sono stati capaci di farmi sentire immediatamente a casa.


Lei ha scelto di intraprendere la carriera attoriale in età matura, dopo un passato di successo nel mondo degli affari. Cosa ha spinto questo cambiamento e in che modo il suo bagaglio precedente influenza il suo modo di recitare?

A essere onesti, ci sono finito per caso. Non era affatto nei miei piani. I "colpevoli" sono stati i miei figli: quando erano piccoli volevano recitare e, mentre frequentavano una scuola di recitazione, capitava spesso che dei casting director venissero a visionare gli studenti. Incontrandomi, molti di loro iniziarono a chiedermi se fossi un attore; alcuni erano convinti di avermi già visto in qualche film. Notavano un’estetica particolare, un certo modo di parlare e di pormi, e vedevano in me la versatilità per interpretare diverse etnie e tipologie umane. Così ho iniziato a dar loro ascolto, ho preso la cosa sul serio e mi sono iscritto a una scuola di recitazione.


La sua formazione è passata per l'American Conservatory Theater (A.C.T.). In che modo quell'esperienza ha forgiato il suo metodo?

Recitare a teatro è un atto puro, organico e senza interruzioni. Studiare all'A.C.T. è stato straordinario perché il palcoscenico non ti permette di nasconderti: sei nudo davanti al pubblico. Questo ti insegna a sviscerare il personaggio fino a diventare, allo stesso tempo, implacabile e vulnerabile. È come l’allenamento in palestra: più lo fai, più migliori. Questa disciplina è fondamentale per il cinema e la TV, dove devi saper mantenere l'intensità del personaggio anche durante le lunghe pause per i cambi di inquadratura. Se a teatro è la continuità a farla da padrona, sullo schermo la sfida è restare "nella verità" a ogni ciak, senza perdere il ritmo.


Dalla sua filmografia emergono ruoli in serie come True Detective e The Blacklist. C’è un genere che predilige o un ruolo che sogna ancora di interpretare?

Ho amato ogni personaggio che ho interpretato, cercando sempre di renderli unici e distinguibili. Amo particolarmente le figure complesse, quelle che nascondono un segreto o una doppia vita: persone che cambiano volto a seconda che si trovino in famiglia, al lavoro o davanti a un nemico. È ciò che accade nella realtà: mostriamo un lato di noi al mondo e un altro, più autentico, tra le mura di casa. In futuro mi piacerebbe esplorare la fantascienza o il genere storico. Essendo un appassionato di storia, mi affascina l'idea di vestire i panni di un personaggio del passato, magari in un racconto epico o biblico. E poi c’è il mondo del gangster movie: interpretare figure come Lucky Luciano o Vito Genovese sarebbe una sfida affascinante per metterne in luce le profonde contraddizioni.

Oltre alla recitazione, lei coltiva molte passioni, dalla musica ai viaggi. Come la aiutano queste attività a mantenere l’equilibrio in un’industria così frenetica?

Ho interessi molto vari: seguo il calcio europeo — dalla Serie A alla Liga fino alla Champions — amo il rito di un buon sigaro accompagnato da un single malt, la lettura e il trekking. La musica, però, è stata il mio primo amore: suonavo la chitarra in una band ai tempi del liceo. L'esperienza nel business mi ha insegnato la disciplina, mentre i viaggi mi hanno regalato lo stupore per le diverse culture. Recentemente sono stato a Parigi e Firenze: sono luoghi che mi rigenerano. Nonostante i ritmi serrati dei set, cerco sempre di ritagliarmi del tempo per scoprire posti nuovi. È come ricaricare le batterie: per me viaggiare è un’esigenza vitale, esattamente come recitare.

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