Recensione film Gli Indesiderati d'Europa di Fabrizio Ferraro
In sala dal 24 aprile.
Gli
indesiderati d'Europa (Les Unwanted de Europa) è il film scritto e
diretto da Fabrizio Ferraro, selezionato e presentato
in anteprima mondiale all'International Film Festival Rotterdam.
Nel
febbraio del 1939, un gruppo è in cammino sull'impervia Route
Lister, un sentiero sui Pirenei, nel tentativo di raggiungere la
Francia. Civili e militari fuggono dalla guerra civile e
dall'esercito di Franco. Tuttavia, varcato il confine, si scoprono
stranieri indesiderati, relegati in campi di profughi affatto
accoglienti.
Diciotto mesi dopo, un altro gruppo di persone si mette in cammino sullo stesso sentiero. Questa volta, la meta è il versante opposto e la minaccia sono i nazisti che hanno occupato Parigi. Tra i fuggitivi, c'è il filosofo tedesco, di origine ebraica, Walter Benjamin (interpretato da Euplemio Macri): ha il cuore malandato e avanza con fatica. In Spagna, attende il visto per raggiungere gli Stati Uniti. Nella città catalana di Portbou, invece, viene fermato dalla polizia franchista. Alla prospettiva di essere obbligato a tornare indietro, imprigionato in un lager nazista, Benjamin si toglie la vita tra il 26 e il 27 settembre del 1940.
Oggi il sentiero degli indesiderati d'Europa ha il nome di Chemin Walter Benjamin.
Nella solitudine dell'esiliato, l'intellettuale riflette sul futuro dell'umanità: “Gli esemplari dei mondi passati sono identici a quelli dei mondi futuri. Loro e noi, e tutti gli altri ospiti del nostro pianeta, rinasciamo prigionieri del tempo e del luogo che il destino ci assegna nella serie delle sue reincarnazioni. La nostra eternità è un appendice della sua. Siamo soltanto fenomeni parziali delle sue resurrezioni. E poi, sino a ora, per noi il passato rappresentava le barbarie, e l'avvenire significava progresso, scienza, felicità. Illusione. Il passato ha visto su tutti i nostri globi-sosia sparire le civiltà più splendide, senza lasciar traccia e continueranno a sparire nello stesso modo. L'avvenire vedrà ancora su miliardi di terre le insipienze, le stoltezze, le crudeltà delle nostre epoche! In questo momento, l'intera esistenza del nostro pianeta, dalla nascita alla morte, si produce in ogni particolare, giorno dopo giorno, su miriadi di astri fratelli, con tutti i suoi crimini e le sue sventure. Quello che chiamiamo il progresso è imprigionato su ogni terra e con lei svanisce. Sempre e dovunque, sulla superficie terrestre, lo stesso dramma, lo stesso scenario sullo stesso angusto palcoscenico, un'umanità turbulenta, infatuata della propria grandezza che crede di esser l'universo e che vive nella sua prigione come se fosse un'immensità, per scomparire ben presto insieme al globo che ha portato, con il più profondo disprezzo, il fradello del suo orgoglio. Stessa monotonia, stesso immobilismo in tutti gli altri astri. L'universo si ripete senza fine e scalpita senza avanzare. L'eternità recita imperturbabilmente nell'infinito le stesse rappresentazioni”.
Il film è una sofferente marcia in una natura catturata in un atavico bianco e nero. Le immagini hanno la potenza del passato che si riversa nel presente. Il senso è d'ineluttabilità: in una lista di indesiderati capita a tutti, prima o dopo, di entrarci.
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