Recensione del film Collateral Beauty
"Collateral Beauty" è il film drammatico diretto da David Frankel: Will Smith è il protagonista, su sceneggiatura di Allan Loeb.
Collateral Beauty è il film drammatico di David Frankel, con un cast composto da Will Smith, Edward Norton, Keira Knightley, Naomie Harris, Kate Winslet e Helen Mirren.
Howard (Smih) fa il pubblicitario. In un incidente muore la figlia: tra disturbi borderline e vita appartata, Howard per trovare sollievo scrive lettere all’amore, al tempo e alla morte. Ma da essi comincia a ricevere risposte inaspettate, e li vede anche come materializzazione.
Far interagire il soprannaturale con la realtà è un'impresa ardua tentata con “Kate e Leopold” (2001), in cui un gentiluomo dell’ottocento giunge nell’epoca attuale; oppure “Il curioso caso di Benjamin Button” (2008) in cui all’improvviso si retrocede negli anni invece che crescere. Ma se negli altri film il tutto si risolveva in maniera ironica e fantastica, qui in “Collatera Beauty” l’aspetto esistenzialista preme contro l’irrealtà appesantendo la storia, non divenendo comedy-fantasy come nel film del 2001, bensì dramma.
In “Collatera Beauty” il protagonista viene soverchiato da colleghi, i quali assumono tre attori che fingano di essere le tre entità cui Howard scrive, cosicché lui interagisca con loro e - filmando i colloqui - si dimostri la sua incapacità di cognizione e possano assumere il controllo dell’azienda.
Il cerebralismo del film prende il sopravvento così sui personaggi, e Howard pare vittima di un complotto assurdo ed irreale. Spiace che il film abbia preso una piega erroneamente pirandelliana, come quella dell’”Enrico IV” (1921) in cui il il protagonista si crede un re e coloro che gli sono accanto lo assecondano. Oppure “Ditegli sempre di sì” (1927) di Edoardo De Filippo, in cui il personaggio uscito dal manicomio crede a tutto ciò che gli viene detto.
Già in un film come “The Truman Show” (1998) era presente questa dinamica surreale, ma portata ai suoi elementi fondamentali, ovvero l’ansia di gigantismo del demiurgo Christof, cui poi Truman Burbank si ribella.
In “Collatera Beauty” buona è l’interpretazione di Will Smith, che persegue la sua linea di film ad impatto esistenzialista, dopo “Sette anime” (2008) e “Focus - Niente è come sembra” (2015). Anche il regista trova difficoltà a gestire questa narrazione raggelata dagli incessanti dialoghi, abituato com’era a dirigere una materia palpante quale quella di “Io & Marley” (2008).
In “Collateral Beauty” emerge un gioco cinico senza appiglio, che reitera le ansie del protagonista e la vacuità del pretesto iniziale. Ma per comprendere il film occorre anche raccontare la storia dello sceneggiatore, Allan Loeb ovvero uno degli autori recentemente più pagati ad Hollywood, anche se pochi dei suoi copioni sono divenuti film. Nel 1997 vendette uno pitch alla Dreamwork, “The Second Time Around”, pagato una cifra a sei zeri e mai realizzato: vendette “The 7th Game” alla Revolution Studios, poi “The Only Living Boy in New York” alla Fox. Nessuno di essi fu portato al cinema, solo “Noi due sconosciuti” (2007), cui seguì “Wall Street - Il denaro non dorme mai” (2010), “Il dilemma” (2011) e “Rock of Ages” (2012). È uno degli scrittori i cui script - 60 circa - sono più veicolati nella storia recente di Hollywood.
Stavolta Loeb ha concepito il film ”su un germe iniziale - ha detto lui stesso - Ovvero un uomo che scrive lettere ad entità astratte come il tempo, l’amore e la morte e sul perché lo facesse, mentre lavoravo ad altri progetti”.
Più spazio a quel germe con la fantasia e meno con la geometria avrebbe giovato al film.
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