Recensione film Il buongiorno del mattino: una trama in cui l'attore fa la differenza
Il buongiorno del mattino, arriva in Italia la commedia che ironizza sul mondo televisivo
La trama del film Il buongiorno del mattino è quella di Becky Fuller (l’eclettica Rachel McAdams), giovane produttrice televisiva che è ingaggiata da un network televisivo per far risalire gli ascolti di un notiziario mattutino, Daybreak. Becky. Così Becky aumenta le notizie di gossip e quelle sul patinano ambiente della moda: la scelta contrasta però con le convinzioni dello storico conduttore Mike Pomeroy (Harrison Ford). La complicazione aumenta quando Pomeroy manifesta un ennesima ostilità verso la nuova conduttrice che gli viene affiancata, Colleen Peck (Diane Keaton), un'ex reginetta di bellezza. Becky si trova a trova anche a gestire la vita sentimentale, dopo aver incontrato Adam Bennett, un produttore da cui si sente attratta.
La recitazione di Ford è l’aspetto migliore in questo film di Roger Michell, che assieme all’interpretazione di Diane Keaton rende la pellicola duttile e di una rara aderenza alla realtà dei fatti. Solo così si sarebbe potuto rendere credibile una vicenda strampalata nella dimensione della trama (nonché ridicola: come si può parlare di tv al cinema?). E solo due professionisti del calibro di Ford e Keaton possono fuoriuscirne.
Ormai siamo abituati a questo genere di pellicole, che se non riciclano serie tv, o fenomeni adolescenziali (come Easy Girl, anch’esso oggi nelle sale) o mastodontici effetti in 3D, non riescono a veicolare il senso dello spettacolo hollywoodiano. Questa tendenza al sublime però comincia a presentare segni di cedimento: la flessione è dovuta all’esigenza di ripresentare stereotipi, che il pubblico però ormai è avvezzo a riconoscere e che è difficile dissimulare. E lo stesso regista Michell ha cercato in passato di evitare il rischio di non sapere presentare in maniera originale temi flebili: con Notting Hill (1999) ci riuscì, con Ipotesi di reato (2002) anche, con questo film no. Troppo è servile ad una trama labile. La stessa accusa si può muove alla sceneggiatrice Aline Brosh McKenna che invece ci aveva abituato a formule narrative caustiche con Il diavolo veste Prada (The Devil Wears Prada, 2006) e il più blando 27 volte in bianco (27 Dresses, 2008).
Se l’unica soluzione per uscire dall’impasse del cinema è puntare sul sublime, recitativo o visivo, così sia. Nel film, la scena della confessione senile tra la giovane produttrice Becky Fuller e Mike Pomeroy è da manuale. Così come la scena con Pomeroy che tagliuzza verdure in diretta televisiva, facendone quasi un saggio di filosofia (allure che forse ad Antonella Clerici o Benedetta Parodi manca).
Ma se è così, aspettiamoci attori classici resuscitati virtualmente, in cui la trama non è più così importante. Se così è, è il buongiorno del mattino.
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