Perché Indiana Jones si chiama così: i segreti mai raccontati della saga più amata di sempre
Scopri i segreti di Indiana Jones: 8000 serpenti veri sul set e l'origine del nome.
Cappello fedora inconfondibile, frusta da domatore, sorriso ironico stampato sul volto di Harrison Ford. Indiana Jones non è solo un personaggio: è un'icona del cinema che ha definito un'intera epoca. Il 12 giugno 1981, I predatori dell'arca perduta debuttava nelle sale americane, per arrivare in Italia il 22 ottobre dello stesso anno.
Da quel momento, l'archeologo avventuriero creato dalla mente visionaria di George Lucas e dalla regia magistrale di Steven Spielberg è diventato sinonimo di cinema d'avventura per eccellenza. La saga conta quattro capitoli: I predatori dell'arca perduta, Il tempio maledetto del 1984, L'ultima crociata del 1989 e Il regno del teschio di cristallo del 2008. Tutti diretti da Spielberg, tutti caratterizzati da quel mix perfetto di ritmo incalzante, musiche epiche firmate John Williams e un umorismo dissacrante che rende Indy non il solito eroe invincibile, ma un essere umano con i suoi limiti, le sue paure, i suoi difetti.
Schede
Gli anni '80 del cinema americano sono lì, cristallizzati in quelle avventure che ancora oggi non invecchiano. Ma dietro le quinte di questa saga leggendaria si nascondono storie sorprendenti, scelte creative audaci e aneddoti che pochi conoscono. A cominciare da una rivelazione che lascia a bocca aperta: per girare le scene più celebri, Spielberg non si affidò alla computer grafica, semplicemente perché all'epoca non esisteva nella forma che conosciamo oggi. Usò animali veri, in quantità impressionanti.
Per I predatori dell'arca perduta, nella famosa scena in cui Indiana Jones si trova circondato dai serpenti, vennero utilizzati ottomila rettili autentici. Ottomila. Harrison Ford, al contrario del suo personaggio terrorizzato dagli ofidi, non ha alcuna paura dei serpenti nella vita reale, il che gli permise di girare senza particolari difficoltà. In Il tempio maledetto, la disgustosa scena del banchetto con insetti di ogni tipo non fu realizzata con effetti speciali: Kate Capshaw, che interpretava Willie Scott, dovette confrontarsi con scarafaggi e altri invertebrati veri che continuavano a infilarsi nei suoi vestiti. Per superare il disgusto e completare le riprese, l'attrice dovette prendere un valium.
E ancora, per le catacombe de L'ultima crociata, vennero impiegati topi autentici. Un livello di realismo quasi brutale, che oggi sarebbe impensabile. Il nome stesso del protagonista nasconde un'origine curiosa. In L'ultima crociata viene rivelato che Indiana si chiama così in onore del cane di famiglia. Non è solo finzione narrativa: George Lucas prese davvero ispirazione dal suo Alaskan malamute di nome Indiana per battezzare l'archeologo. Lo stesso cane, tra l'altro, ispirò anche il design di Chewbecca in Star Wars.
Ma le origini canine non finiscono qui: Willie Scott porta il nome del cocker spaniel di Spielberg, mentre Short Round, il giovane aiutante di Indy interpretato da Jonathan Ke Quan, prende il nome dal cane pastore scozzese dello sceneggiatore Willard Huyck. Una vera e propria dinastia cinofila. Harrison Ford è oggi inscindibile dal ruolo di Indiana Jones, eppure non fu la prima scelta di Lucas e Spielberg. Il ruolo venne inizialmente offerto a Tom Selleck, all'epoca stella nascente della televisione grazie a Magnum P.I. Selleck superò persino lo screen test, indossando il giubbotto di pelle e il cappello fedora.
Ma fu proprio la CBS, la rete che trasmetteva Magnum, a impedirgli di accettare il film a causa dei suoi impegni contrattuali. Una sliding door del cinema che cambiò tutto. E a proposito del cappello, quel fedora è diventato uno degli oggetti più iconici della storia del cinema. Quando Indiana Jones appare per la prima volta sullo schermo, ne vediamo solo la sagoma in controluce: è proprio il cappello a renderlo immediatamente riconoscibile.
La costumista Deborah Nadoolman lo acquistò a Londra, da Herbert Johnson, celebre negozio di cappelli. Si tratta di un modello australiano, successivamente modificato per ottenere la forma perfetta che tutti conosciamo. Indiana Jones resta un fenomeno culturale che ha attraversato generazioni. Non è solo nostalgia: è la dimostrazione che certe storie, quando sono raccontate con passione, talento e un pizzico di follia creativa, diventano immortali. E che a volte, per creare la magia, servono ottomila serpenti veri e un cappello comprato a Londra.
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