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Cinema e salute: come i film permeano i nostri sogni

I film che hanno affrontato i temi della malattia - fisica o psichica - sono quelli che hanno maggiore capacità di suscitare l'interesse dello spettatore. Mauxa prosegue la sua indagine sul rap

Cinema e salute: come i film permeano i nostri sogni

Su una panchina è seduto un uomo. Ha le scarpe sporche di fango, dietro a lui tacciono degli alberi. Una piuma si posa vicino ai suoi piedi, lui l'afferra e la stringe tra i polpastrelli. C'è una valigia color nocciola, con sopra una scatola bianca rilegata con nastro rosso. L'uomo scosta la scatola, apre la valigia dove sono ordinati dei calzini marroni, un asciugamano. Dal fodero della valigia dove c’è un dentifricio spunta un libro marrone, intitolato “Curious George” con in copertina una scimmia piegata su un prato, vicino ad una fontana. L’uomo lo apre e in una pagina è raffigurato un cielo blu, solcato da nuvole e tralicci della luce, sopra uno dei quali danza la scimmia. L'uomo posa la piuma tra queste due pagine e richiude il libro, la valigia. Passa un autobus, l'uomo non sale.

Questa scena richiama già in sé alcuni aspetti della mente umana, nei momenti in cui in solitudine si compiono gesti che eseguiti in pubblico potrebbero sembrare strambi. Quanti di voi hanno messo una piuma in un libro? Molti lo considerano un gesto fuori luogo, o il raziocinio ci porta a dire ciò. Ma il motivo per cui si esegue un gesto simile può variare da persona a persona: si può usare la piuma come segnalibro, o la piuma può ricordare un gesto perduto (leggi l'articolo su "Come stare meglio grazie ai film").

Oppure la piuma richiama un carattere particolare: gli atteggiamenti bizzarri sono quelli che fanno comprendere che anche se noi non li compiamo, possono essere i più veri. E noi non li eseguiamo per assuefazione a dei dettami imposti dalla società e dall’educazione.

Chi ha un handicap mentale esegue gesti che per noi sono incomprensibili, ma a ben guardare è difficile discernere se il suo atto sia fuori dalla norma, o sia quello più consono in un dato momento. E se per contro, siano i nostri atti ad essere insensati, dettati da erronee tradizioni?

La piuma inserita in un libro è quella stretta da Forrest Gump, film del 1994 diretto da Robert Zemeckis. Il personaggio di Forrest ci serve per comprendere come il cinema influenzi lo spettatore, mostrando spesso situazioni di disagio mentale che ci fanno dubitare della nostra normalità.

Forrest agisce d'impulso, dice sempre la verità senza curarsi degli effetti e del dispiacere altrui. È meglio sentirsi dire ciò che si vuole, oppure ciò che si è?

Forrest nell'estremismo dei suoi gesti non potrebbe vivere in un mondo normale e codificato, infatti le persone che gli sono accanto non lo comprendono. Dalla moglie Jenny Curran al collega Tenente Dan Taylor. Ma a ben guardare lui si spinge - e il film stesso sprona lo spettatore - a compiere l’indicibile. A chiedere l’amore di una ragazza dalla bellezza etera come Jenny che apparentemente potrebbe sembrare l'opposto di lui, ma che in realtà lo completa. Oppure ad aiutare un amico in guerra con se stesso - Dan Taylor - fino a sacrificarsi per lui.

Molti gesti compie Forrest che sono strambi. Ma il suo handicap è ciò che vorremmo avere anche noi, che ci condurrebbe a vivere con spontaneità e capacità di perdono, senza timore di conservare in un libro una piuma.

E dopo la visione del film, negli effluvi della notte si ripensa a quel carattere di Forrest, che da una parte ci incute timore, ma dall'altra ci attrae, chiedendoci se potessimo agire anche noi in quella maniera. E le conseguenze che ne verrebbero.

L'indomani poi tutto scorre, magari raccontando in un caffè una scena del film, segno che il cinema più delle altre forme di comunicazione può permeare i nostri pensieri per ore. E i futuri sogni.

Sono soprattutto i film ad alto impatto emotivo che hanno questa capacita. Il film di Zemeckis ha incassato 685 milioni di dollari, ciò è indicativo di quanti spettatori si volessero avvicinare al carattere di Forrest.

Sono i film che rappresentano caratteri forti e situazioni psicologiche estreme quelli che tendono ad essere preferiti. Basti pensare ad un film recente come "Mommy" di Xavier Dolan: presenta l'handicap dell’adolescente Steve, vittima della sindrome da deficit di attenzione e iperattività. Steve e sua madre ci fa chiedere se anche noi avremmo reagito come fa lei, ricoverandolo in un istituto psichiatrico: oppure se sia il carattere di Steve giusto per esprimere gli affetti.

"Still Alice” (2014) di Richard Glatzer e Wash Westmoreland ci interroga su come intendere la malattia dell'Alzheimer, se contrastarla o assecondarla. "Lo scafandro e la farfalla" (2007) di Julian Schnabel mostra la sindrome di Locked-in, con la possibilità di comunicare solo con il movimento delle palpebre. In "Risvegli" di Penny Marshal si mostra come un farmaco possa essere un controverso rimedio per il Parkinson.

“Hilary e Jake” (1997) di Anand Tucker è il film forse quello che meglio esemplifica il passaggio da un comportamento psicologico strano ad un epilogo inatteso: qui emerge il rapporto di affetto e rivalità tra due sorelle, una delle quali diventa precoce violoncellista - la talentuosa Jacqueline du Pré - ma invidiosa della sorella. Se ad alcuni film che mostrano problemi di salute si può attribuire l'aggettivo di "pesante", sono essi però a restare di più nella memoria dello spettatore. Lo stesso Christopher Nolan è ricorso alla patologia dell'amnesia nel primo film “Memento”. La medesima eliminazione dei ricordi ha sancito il successo de "La memoria del cuore" (2012) di Michale Sucsy, situazione estrema da cui ricostruire una vita e porsi domande sul passato, tratta da una storia vera; fino a “50 volte il primo bacio” (2004) di Steven Segal, in cui la protagonista Lucy Whitmore è effetti dalla sindrome amnesica anterograda e dimentica tutto ciò che avvenne il sono prima, cosicché il fidanzato Henry Roth cerca ogni giorno di riconquistarla. La domanda è noi: noi faremmo come Henry? Come vivremmo senza i ricordi del giorno precedente?

Un modo nuovo appunto è quello di affrontare problemi di salute con l’ironia, come per "Amore ed altri rimedi" (2010) di Edward Zwick, in cui si affronta una malattia con sarcasmo: due giovani innamorati e convulsi di sesso si scontrano con una patologia, poiché la bella Maggie Murdock è affetta dal mono di Parkinson. Lui la lascerà?

In "Effetti collaterali" (2013) di Steven Soderbergh si affronta il disturbo del sonno, con esiti infausti. In "Phenomenon" (1996) di Jon Turteltaub si racconta la super intelligenza. In “Rosemary's Baby - Nastro rosso a New York” (1968) di Roman Polanski la gravidanza isterica. In “A Dangerous Method” di David Cronenberg la dipendenza - anche fisica - dal proprio mentore, in "Al di là della vita" (1999) di Martin Scorsese la resurrezione psicologica dopo un errore medico. In “Philadelphia” (1993) di Jonathan Demme si affronta l'hiv, in "Tutto può succedere - Something's Gotta Give" (2003) di Nancy Meyer come intendere la vita dopo un infarto. In “The Elephant Man” (1980) emerge la sindrome di Proteo, e a cui non si sa reagire: “Non sono un elefante! Io non sono un animale! Sono un essere umano!” urla alla fine il protagonista Joseph Merrick, la cui storia è ispirata al giovane morto a Londra nel 1890.

Infine il più recente successo è quello di “A beautiful mind” (2001) di Ron Howard , dove si affronta il disturbo bipolare e la schizofrenia.

Vedendo questi film ci si pone in un atteggiamento alla pari del personaggio, per poi sentirsene superiore o inferiore, cosi da alternare le pulsioni dello spettatore. Non occorre assumere una pozione critica, ma quasi di abbandono. Se emergono scene del film che si ricordano come difficili da guardare, sono quelle che hanno colpito.

Le disfunzioni di questi personaggi sono quelle che ci attirano: in una videoteca o su un tablet ci portano a compiere il gesto di scegliere un film rispetto ad un altro.

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