L'alfabeto del cinema: E come Ecco l'Impero dei sensi
Nagisa Oshima nei primi anni settanta ha già all'attivo la gran parte dei suoi film migliori, ma La cerimonia (1971) ed Ecco l'impero dei sensi (1976) lo consacreranno "autore di fama" con un ritardo macroscopico, solo in parte imputabile all'oggettiva "lontananza" del cinema giapponese.
Strano destino per Oshima quello di diventare celebre solo per questo film-tabù, una produzione anche occidentale, come i film erotici di Borowczyck o le allegorie falliche di Ferreri, è in rapporto a questa civiltà cinematografica che va interpretato il film.
Ambientato a Tokio nel 1936, s'ispira a un fatto di cronaca che vede la sfrenata passione che lega Kichizo con la cameriera Abe Sada, condotti a un rapporto sessuale sempre più spinto concludendosi con la morte. Squisitamente giapponese nell'eleganza figurativa, la versione italiana è tagliata di quindici minuti.
Il film rispetto alla produzione precedente del regista è l'intenzione di porre in primo piano contenuti libidici finora rimasti latenti, qui i sensi sono tutti espliciti, è la carnalità dell'evento sessuale che si mette in scena senza i travestimenti dell'inconscio. I significati sono chiari: la passione fisica, il piacere erotico, l'eros vissuto come esperienza totale fino all'accettazione della morte.
L'uomo di cinema Oshima costretto ad accettare il compromesso offertogli dal mercato occidentale, l'ha rilanciato come una sfida, scrivendo un'altra pagina di cinema soggettivo. Al cinema sperimentale ad ogni costo subentra questo cinema voluttuoso. Nessun rischio di kitsch, sono gli anni dove lo stesso Pasolini si è rifugiato nell'eros liberato della trilogia della vita.
La provocatoria esibizione del lusso e della lussuria reclama così la nostalgia dell'opposto, di qualcosa di poveramente umano. Kichi e Sada risultano essere l'estreme personificazioni del suo avvilimento di regista condannato dalle condizioni presenti dal punto di vista storico, politico, finanziario e culturale.
Se il sesso è la prevalente manifestazione del "privato" di ognuno tanto vale, pensa il regista, soccombere a quest'unica ossessione universale per far comprendere che tutto il resto non esiste più.
Il cinema di Oshima da voce a un sogno straziante (perché autobiografico) di una giovinezza mai vissuta, di una vita "mancata". Questa "mancanza a essere" è la malattia mortale della gioventù nipponica (e non solo!), attratta dal mito del sesso perché impotente a riconoscere la propria identità nel Giappone contemporaneo. Senza l'analisi di tali contenuti libidici latenti, il cinema di questo regista resterebbe incomprensibile.
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