Grand Canyon: il parco nazionale tra turismo, storia e immaginario cinematografico

Daily / Editoriali - 11 January 2021 16:00

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La storia del parco nazionale

Il Grand Canyon fu scoperto nel 1540 da alcuni membri di una spedizione guidata dall'esploratore spagnolo Francisco Vasquez de Coronado. A causa della sua posizione remota e inaccessibile, passarono diversi secoli prima che i coloni nordamericani esplorassero il canyon. È lungo 446 chilometri, e si trova nello stato dell'Arizona: le rocce che espone risalgono a 2 miliardi di anni fa, mentre sull'orlo della gola l'età è di 230 milioni di anni. La sua origine è ancora dibattuta: nel dicembre 2012, uno studio pubblicato sulla rivista Science ha affermato che nuovi test avevano suggerito che il Grand Canyon potrebbe avere 70 milioni di anni. Ma lo studio è stato criticato da coloro che sostengono che l'età sia di circa sei milioni di anni. L'altezza dei suoi strati – che raggiunge 1.857 chilometri - può essere attribuita all'innalzamento di 1500-3000 metri della placca del Colorado, cominciato circa 65 milioni di anni fa. Nel 1869 il geologo John Wesley Powell guidò un gruppo di 10 uomini nel primo difficile viaggio lungo le rapide del fiume Colorado e lungo la gola di 277 miglia in quattro barche a remi.

Fu il presidente Theodore Roosevelt a designare il luogo con un atto "monumento nazionale", preservandolo dalle costruzioni. "Lasciate che questa grande meraviglia della natura rimanga com'è adesso", dichiarò. La larghezza del canyon varia da dai 500 metri ai 29 chilometri.

I nativi americani e la colonizzazione

Il Gran Canyon fa parte dell’omonimo parco istituito più di un secolo fa, con esattezza correva l’anno 1919. Un insieme di profonde e insenature sullo sfondo del fiume Colorado in Arizona. I colori smeraldo delle suggestive insenature richiamano le abitudini dei nativi americani e la vita di un tempo che fu, non del tutto spazzato via dalla colonizzazione e del quale sussiste ancora una tenue memoria storica. Il Grand Canyon non è soltanto una attrazione turistica ma anche una sorta di riserva, infatti tra le tribù native che abitano lungo le sue gole si trovano ancora degli stanziamenti di Havasupai i quali abitano quelle terre da circa ottocento anni. Tribù divenuta memoria storica di una cultura risalente e permeata da un legame inscindibile con le terre ruggine e le acque smeraldine della regione. Il Grand Canyon è nell’immaginario collettivo un luogo naturale e selvaggio, pericoloso e aspro che da ormai decine di anni ha aperto al turismo di massa.


Film Thelma & Louise - immagini
Grand Canyon: il parco nazionale tra turismo, storia e immaginario cinematografico - immagini



L'ecosistema

Il Grand Canyon può contare su un ecosistema complesso e particolare, caratterizzato dalla felice convivenza di habitat acquatici, forestali e desertici. Sono cinque i maggiori ecosistemi individuati, oggi a rischio: la foresta di conifere miste, la foresta di pino giallo e i boschi di una variante di ginepri noti come Pinyon Juniper, la flora e la fauna che abitano le aree desertiche e quelle della fascia ripariale.

Il bighorn del deserto, mammifero appartenente alla specie delle pecore delle Montagne Rocciose, sopravvive grazie alla capacità di adattarsi ai diversi ecosistemi del Grand Canyon. Altre specie, patrimonio faunistico della zona, devono adattarsi a spazi limitati in cerca di acqua e condizioni favorevoli.


L'inquinamento

Nonostante la sua bellezza scolpita nella secolarità dei tempi, il Grand Canyon non è immune dalle difficoltà che affliggono l’ambiente. L’opera dell’uomo ha spesso contribuito a generare inquinamento, riscaldamento climatico, e buco dell’ozono, causando l’aumento del rischio di eliminazioni di speci animali e vegetali che vivono o vivevano in ambienti incontaminati. E così da ricerche geologiche condotte in loco si apprende che il lento scorrere del fiume Colorado è messo a rischio per la presenza di metalli pesanti che potrebbero determinare effetti disastrosi per i pesci e non solo. L’aumento dell’inquinamento da metalli potrebbe essere dovuto alla apertura di una miniera di uranio prossima alle acque ma anche alle costruzioni realizzate per soddisfare le esigenze del turismo di massa, con la conseguenza che l’aumento dei metalli pesanti e l’inquinamento da questi prodotto potrebbe alterare la flora e la fauna del suggestivo e secolare Canyon.


Il turismo

Il numero di visitatori del Parco nazionale del Grand Canyon ha raggiunto un totale di 5,97 milioni nel 2019. Ciò mostra un calo rispetto al totale di 6,38 milioni di visitatori dell'anno precedente, anche se il numero di visitatori è aumentato di circa 2 milioni di persone all'anno negli ultimi sette anni. L'organizzazione del parco ha progettato un miglioramento delle infrastrutture per aumentare il turismo, e anche nel periodo dell'emergenza dovuta al Coronavirus si può visitare con precise restrizioni. Il parco ha diversi punti panoramici accessibili ai veicoli, tra cui Point Imperial, Roosevelt Point e Cape Royal: sono disponibili anche gite in mulo in in vari punti, nonché sentieri escursionistici tra cui il Widforss Trail , lo Uncle Jim's Trail, il Transept Trail e il North Kaibab Trail, che può essere seguito fino al fiume Colorado. Un tour in auto di 56 chilometri percorre il South Rim ed è diviso in vari segmenti. L'alpinista Aron Ralston nel 2003 rimase intrappolato per cinque giorni nel Bluejohn Canyon nel deserto dello Utah, e fu costretto ad amputarsi il braccio destro - rimasto intrappolato da un masso - con uno strumento multiuso. Dall'esperienza Ralston scrisse un libro che divenne un film diretto da Danny Boyle, 127 Hours (2010) con James Franco.

L'immaginario cinematografico

Il Grand Canyon, con la suggestiva Monument Valley, è stato protagonista di molti western d'autore, da John Ford a Sergio Leone, tanto da entrare nell'immaginario cinematografico: come luogo di elezione e di fascino ineguagliabile, sinonimo di un ritorno alle origini e di rinascita.

Nel film Into the Wild (2007) il protagonista Christopher McCandless, interpretato da Emile Hirsch, scoprirà tempi e costi kafkiani per avventurarsi nelle sue acque.

In Thelma & Louise (1991) di Ridley Scott, Susan Sarandon e Geena Davis decideranno il drammatico epilogo in questo luogo ideale, immerso nella Riserva degli indiani Navajo. Tuttavia, come è successo in numerose produzioni cinematografiche, seppur per diversi motivi, anche in questo caso, alla troupe vengono negate le riprese sul posto per evitare il rischio di emulazioni in merito al tragico finale.

© Riproduzione riservata



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