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Alessandro Manzoni, la trama de I promessi sposi svela temi di redenzione

18/12/2011 08:31
Alessandro Manzoni la trama de I promessi sposi svela temi di redenzione

Alessandro Manzoni, tra nuove pubblicazioni e trasposizioni in musical rivela la sua attualità

Alessandro Manzoni è attuale. Lo è per la moltitudine politica che oggi sembra allearsi verso un obbiettivo comune: “Non fia loco ove sorgan barriere / tra l’Italia e l’Italia, mai più! (…) una d’arme, di lingua, d’altare / di memorie, di sangue e di cor” scriveva in Marzo 1821, dedicandola a Theodor Körner morto ventiduenne nel 1813 a Gadebusch contro Napoleone. Lo è per la fiducia verso un clima claustrale e di sacrificio che accomuna molto senso cattolico della penitenza: “Ora questo (Frate Cristoforo, N.d.R.), vestendo l'abito di cappuccino, accomodava ogni cosa. Faceva, in certa maniera, un'emenda, s'imponeva una penitenza, si chiamava implicitamente in colpa, si ritirava da ogni gara; era in somma un nemico che depon l'armi.” (I promessi sposi, cap. IV, disponibile anche in ebook)

Alcune lettere sono state pubblicate recentemente, ossia Non vedo l'ora di vederti - Legami, affetti, ritrosie nei carteggi di Porta, Grossi & Manzoni di Giovanni Albertocchi (Edizioni Clinamen, 2011). Esse gettano una luce nuova sullo spirito manzoniano, fatto di ossessione letteraria e dubbi sulla legittimità dell’analisi: si parte dal 1816 fino alla creazione del gruppo «crocchio supra-romantico», che stabilirà la propria base in contrada del Morone dove abitava Manzoni. 

In queste settimane è a teatro il musical I promessi sposi – Opera moderna diretto da Michele Guardì e con musiche di Pippo Flora, con protagonisti Giò di Tonno, Lola Ponce, Noemi Smorra, Graziano Galatone e Vittorio Matteucci. Il musical rappresenta la forma di spettacolo che più si addice al romanzo dello scrittore milanese, che nei decenni ha subito il limite di essere chiuso nell’immobilismo scolastico che non permette ai lettori di comprendere appieno la missione manzoniana. Uno spettacolo che non a caso convoglia le sensazioni verso la pacificazione finale e la pietas. Cosa ha mai di spettacolare Manzoni?

La Monaca di Monza si pente della propria lascivia e benedice il convento che la costringe ad una “libertà perduta”: "e io starò dura; sarò umile, rispettosa, ma non acconsentirò: non si tratta che di non dire un altro sì; e non lo dirò. Ovvero mi prenderanno con le buone; e io sarò più buona di loro; piangerò, pregherò, li moverò a compassione: finalmente non pretendo altro che di non esser sacrificata" (I promessi sposi, cap. IX). 
Don Rodrigo, nel lazzaretto abbandona naturalmente i pensieri molesti prima di finire all’aldilà: “Stava l'infelice, immoto; spalancati gli occhi, ma senza sguardo; pallido il viso e sparso di macchie nere; nere ed enfiate le labbra: l'avreste detto il viso d'un cadavere, se una contrazione violenta non avesse reso testimonio d'una vita tenace. Il petto si sollevava di quando in quando, con un respiro affannoso; la destra, fuor della cappa, lo premeva vicino al cuore, con uno stringere adunco delle dita, livide tutte, e sulla punta nere. - Tu vedi! - disse (il frate a Renzo, N.d.R.), con voce bassa e grave. - Può esser gastigo, può esser misericordia. Il sentimento che tu proverai ora per quest'uomo che t'ha offeso, sì; lo stesso sentimento, il Dio, che tu pure hai offeso, avrà per te in quel giorno. Benedicilo, e sei benedetto” (cap. XXXV).
Lucia si vota alla Madonna pur si salvare se stessa: Voi che avete patito tanti dolori, e siete ora tanto gloriosa, e avete fatti tanti miracoli per i poveri tribolati; aiutatemi! fatemi uscire da questo pericolo, fatemi tornar salva con mia madre, Madre del Signore; e fo voto a voi di rimaner vergine; rinunzio per sempre a quel mio poveretto, per non esser mai d'altri che vostra” (cap. XXI).

Si comprende come Manzoni abbia un senso dell’intimismo che si commuta in spettacolo, in visione grandiosa. E che poi nel sacrificio si attenua. Un sacrificio che è il vero motore della trama de I promessi sposi, al di là delle diatribe amorose tra la coppia Lucia-Renzo e l’antagonista Don Rodrigo: una diatriba certamente resa meglio in Giulietta e Romeo di Shakespeare.
Il fatto poi che questo sacrificio sia compiuto in nome della religione è un aspetto secondario, dovuto al clima in cui Manzoni crebbe e si formò (cresciuto nei collegi religiosi dei padri Somaschi  e Barnabitidi, sposato con la calvinista Enrichetta Blondel).

E proprio nelle lettere che Giovanni Albertocchi raccoglie si evince questo aspetto di un uomo pensoso, incline alla rinuncia. Ed è proprio sul sacrificio che punta lo spettacolo diretto da Michele Guardì, votato alla redenzione dopo il clamore.
Una magnificenza – quella verso cui punta il Manzoni – appurata anche “dall’influsso esercitato sui Promessi sposi dal Cervantes (…) e in particolare dell’affinità tra don Chisciotte e don Ferrante, Sancio Panza e don Abbondio” con “fonti dei Promessi sposi nel teatro spagnolo, in una serie di drammi, di ambiente rustico, sulla vendetta dell’onore; in particolare Il miglior giudice è il re, di Lope de Vega(Alda Croce, Relazioni tra la letteratura italiana con la letteratura spagnuola, 1948, Marzorati editore, p. 145). Una ragione che riprende quella di Francesco De Sanctis, che indicò nella poetica manzoniana “l’idea del secolo battezzata e consacrata con il nome di idea cristiana, l’eguaglianza degli uomini tutti fratelli in Cristo (…) Trovi condensata la vita del grande uomo  nelle sue geste, nelle sue intimità, nella sua azione storica, ne’ suoi effetti su’ contemporanei, nella sua solitudine pensosa” (Storia della letteratura italiana, 1991, Newton Compton, pp.575-576).

Insomma I promessi sposi sono un’opera assolutamente da spolverare, e mettere sulla mensola dei grandi racconti di formazione assieme a Joseph Conrad o Jane Austen: un racconto dove il tema della rinuncia per un bene superiore assume una rara potenza metafisica. Se ne accorge Remo Ceserani che in Raccontare il postmoderno nota che tra Umberto Eco e Manzoni c’è la medesima materia viva da cui trarre ispirazione: “Il suo Robinson (quello di Eco ne L’isola del giorno prima, N.d.R.) non si trova ad agire sullo sfondo sociale e marinaresco della nuova borghesia mercantile, ma nel Seicento dell’Italia nobile, spagnolesca, gesuitica, scientificizzante e militaresca, sconvolta da una pestilenza che è la stessa dei Promessi sposi del Manzoni” (Bollati Boringhieri, 1997, p. 197).

 
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