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Recensione del film You Disappear

09/11/2017 08:00
Recensione del film You Disappear

“You Disappear” è il film candidato all’Oscar. mauxa l’ha visto in anteprima.

You Disappear (“Du forsvinder”) è il film di Peter Schønau Fog scelto dalla Danimarca per essere candidato agli Oscar 2018.

“Lui potrebbe agire in base a degli impulsi” dice il dottore, sancendo così l’allontanamento della moglie Mia (Trine Dyrholm) che non riconosce più il marito Frederik (Nikolaj Lie Kaas), dopo che gli è stato diagnosticato un rumore al cervello.

Mia piange di nascosto da lui, non sapendo più come agire. Nella scuola in cui Frederik insegna si dubita dei suoi comportamenti, e lui comincia ad agire in maniera irruente tanto da commettere un reato per cui vengono chiesti tre anni di carcere. Ma questi gesti - come prendere a schiaffi una persona con cui sta discutendo - sono causati dalla sua malattia che altererebbe il comportamento, oppure dl suo carattere? In questo secondo caso, lui sarebbe un colpevole come tutti.

La voce fuori campo di Mia spesso risulta invadente, quasi a spiegare delle percezioni che con le immagini è difficile rendere. Se siamo
semplicemente sistemi biologici con cervelli inattendibili, la vita risulta un caotico sfiorarsi di frammenti e nessuno ci conosce per come siamo: pare questa la tesi del film.

A tale idea si lega la difficoltà di racconta una complessità simile con gli strumenti tradizionali della narrazione, sopratutto cinematografica. Lo stesso rapporto tra causa ed effetto non parrebbe avere senso.

Così il regista Schønau Fog in “You Disappear” utilizza scene disgiunte di fiction, fatti, memorie e flash d’immaginazione, che conducono lo spettatore alla curiosità. Il momento all’operazione chirurgica cui si sottopone Frederik, e in cui si elimina il meningioma è alternato a quello dove Mia assiste il marito operato, per poi tornare all'operazione. È difficile capire se prima sia avvenuto l’intervento oppure l’assistenza al capezzale del marito: ma ciò non è importante, perché ogni spettatore nelle scene proposte può ritrovare momenti privati, senza l’esigenza di un rigore temporale da seguire.

E anche il processo sommario cui Frederik è sottoposto è reale? Non si comprende neanche quale accusa gli si muova. “È inabile Frederik a continuare il suo ruolo a scuola?”, è la domande che si pone di fonte ai membri della giuria.

Trine Dyrholm, già protagonista di “Love Is All You Need” dipinge i vari stati d’animo, tra paura e felicità, come scaglie che s’insinuano nella sua vita. “Stavi abbastanza bene per resistere agli impulsi egoistici”, dice il medico a Frederik riguardo ai gesti compiuti a scuola, secondo cui il reato compiuto non è da causare al meningioma che ha alterato i suoi comportamenti, bensì al suo carattere. E quindi premeditato.

Così si passa dal passato al presente, in cui il protagonista è davanti al giudice donna che dovrà decidere se punirlo o meno. Il difensore ribadisce che gli atti compiuti in uno stato di disordine mentale non sono punibili. Tanto che Frederik si sente condannato anche dalla moglie, per un motivo che sarà svelato alla fine.

Il film forse è uno dei pochi proponibili oggi, in cui a fronte delle lineari narrazioni decise dal marketing si oppone una storia che riversa la realtà in immagini, con spudoratezza. Come la violenza di cui Trine è capace, con le sue confessioni. E il patchwork di dubbi che semina.

 
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