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Lasciati andare: intervista all'attrice del film Valentina Carnelutti: 'bisogna riconoscere di avere delle inibizioni'

14/04/2017 07:30
Lasciati andare intervista all'attrice del film Valentina Carnelutti 'bisogna riconoscere di avere d

Mauxa ha intervistato Valentina Carnelutti, attrice del film "Lasciati andare" di Francesco Amato con Toni Servillo.

Lasciati andare è il film di Francesco Amato con Toni Servillo, Verónica Echegui, Carla Signoris, Luca Marinelli, Pietro Sermonti e Valentina Carnelutti.

La trama è quella dello psicanalista Elia (Servillo), divorziato ma la cui ex-moglie abita nel medesimo pianerottolo. Intransigente, cambia tenore di vita quando deve iscriversi in palestra: qui conosce la personal trainer Claudia (Veronica Echegui), vitale e dirompente nel suo caos organizzativo.

Mauxa ha intervistato l’attrice Valentina Carnelutti, che ha lavorato recentemente ai film “Arianna” (2014) e “La pazza gioia” (2016).

D. Nel film “Lasciati andare ” interpreti il  ruolo di Paola. Ci puoi raccontare il tuo personaggio?

Valentina Carnelutti. Interpreto la maestra della bambina, che è anche l'amica di sua madre: una sorta di punto di riferimento, affettivo e anche morale.  È un piccolo ruolo, un divertissement, per il piacere di incontrare un regista che non conoscevo, un'attrice simpatica, una bambina adorabile.

D. Francesco Amato è il regista: come lavora sul set?

V. C. Francesco ha insistito molto perché partecipassi a questo progetto, il ruolo è minuto e se non fosse stato per la sua generosa attenzione e convinzione non so se avrei accettato. È stato generoso poi nel trattare un personaggio secondario con la stessa attenzione e cura maniacale destinata ai ruoli protagonisti e l'ha fatto sin dall’inizio.

D. Con Toni Servillo non avevi mai lavorato: c’è stato un episodio curioso?  

V. C. Toni è un attore sapiente. Avevo sempre immaginato di lavorare un giorno con lui su un palcoscenico (e prima o poi così sia!) ma è stato curioso condividere invece un set, trovarci in una commedia, in un registro insolito per entrambi.  La sua giacca doveva prendere fuoco e io dirgli che andava a fuoco e lui non capire. Un gioco di equivoci. Sono momenti difficili da descrivere: una bambina sotto al tavolo, gli attrezzisti che impazziscono perché tutto sia in ordine, fogli di amianto per evitare le bruciature e fiamma ossidrica per accendere la stoffa. Ho visto nel volto di Toni sempre molto controllato e consapevole, attimi di autentico timore. La fragilità, quando sbuca fuori controllo è commovente.

D. Il film racconta la difficoltà di mettere da parte le proprie inibizioni. Sei d'accordo? 

V. C. Mi chiedi se sono d'accordo con il fatto che mettere da parte le proprie inibizioni sia difficile? O se è quello che il film racconta? Prima di tutto bisogna riconoscere di avere delle inibizioni, conoscersi... Una volta conquistata la consapevolezza si è padroni, e allora non c'è nemmeno bisogno di metterle da parte, si possono cavalcare!

D. Stai lavorando al film "L'ordine delle cose". Di cosa tratta?

V. C. È un film che racconta di un poliziotto di una task force specializzata, interpretato dal magnifico Paolo Pierobon, in missione per tentare di bloccare i flussi migratori clandestini prima del loro arrivo nell'area Schengen. Una missione delicata nella Libia della post rivoluzione. Io interpreto sua moglie, madre dei nostri due figli adolescenti. La missione pone Corrado (mio marito) di fronte a una scelta drammatica e difficile: quella di rispettare gli ordini e consolidare così una carriera che gli permette di salvaguardare i propri privilegi, o invece quella di intervenire per sanare almeno una piccola parte di tanta ingiustizia, rischiando in prima persona. Sono al suo fianco nelle scelte, nell'amore, nello sguardo sui figli, nel desiderio di portare avanti il nostro progetto di vita. 

D. È un film con una tematica attuale.

V. C. Sì. Andrea Segre è un regista accurato, attentissimo, preciso nelle indicazioni. Coglie ogni piccola sfumatura, perfino del pensiero, quando si gira una scena. Una vera gioia condividere il set con Paolo sotto la sua direzione, con una troupe altrettanto attenta. È davvero un piacere lavorare in un film che ha senso in termini di contenuto oltre che di forma.

D. Hai recitato anche in serie TV. Qual è in generale il ruolo che vorresti interpretare?

V. C. Ho cominciato con il teatro, poi il cinema, la televisione ogni tanto. La mia preferenza va alle circostanze in cui si lavora: che ci sia cura nel lavoro, attenzione, che la forma e il senso spesso coincidono. Purtroppo la televisione impone dei tempi che spesso non permettono di lavorare seriamente, e rivolgendosi a un pubblico molto ampio, volendolo abbracciare tutto, spesso riduce i propri contenuti fino a raccontare il nulla... In quel caso preferisco il cinema, il coraggio di certo cinema di raccontare senza censura! Poi ci sono le eccezioni, qualche volta la televisione offre la possibilità di inventare personaggi che si delineano nel tempo, crescendo e dando anche a noi attori la possibilità di crescere.
Penso a Veronica Colombo (nella serie tv“Squadra Antimafia”. n. D. R.), penso a quel che è stato Francesca ne “La meglio gioventù”.
Il ruolo che vorrei interpretare non è uno soltanto, sono infiniti. Faccio un mestiere con cui posso attraversare l'esistenza, fino alla vecchiaia. Ora però mi piacerebbe interpretare una donna controversa, sul filo. Mi piacerebbe che i personaggi femminili nel nostro cinema (e anche nella nostra televisione) fossero raccontati riservando loro uno spazio più ampio, in cui mettere a fuoco non soltanto la loro linearità di madri o mogli o tradite o ferite o gioiose, ma anche le loro contraddizioni. Conosco donne straordinarie che prendono rischi incredibili nella vita, ecco mi piacerebbe che si mostrasse questo al cinema, che non fosse un'eccezione!

D. Hai portato a teatro "Tutta la mia confusione" di Alda Merini. Come mai hai scelto questo testo?

V. C. Ho scritto io il testo, componendo un collage a partire dai suoi diari e le sue poesie, oltre a pezzi di interviste e trascrizioni di telefonate. Mi era stato chiesto all'epoca di raccontare una donna che fosse per me rappresentativa di cinquant'anni di unità di Italia. Ho pensato alla Merini, che ho amato come poetessa e che mi sembrava aver attraversato l'Italia nelle sue contraddizioni più spaventose, dal manicomio alla solitudine, dalla maternità difficile al divorzio, dalla poesia alla povertà. Così ho fatto una lunga ricerca e alla fine è diventata uno spettacolo, in tempi non sospetti, prima che la Merini diventasse di moda!

D. Una domanda personale: quali hobbies hai?

V. C. La parola hobby mi è estranea. Faccio un mestiere per cui tutto cambia ogni giorno, non ho bisogno di inventarmi qualcosa per uscire da una routine che non ho. Ma se vuoi sapere come trascorro il tempo quando non sono sul set o alle prove o a studiare o a rispondere a un'intervista o a preparare un provino o a imparare quello che fa il personaggio che sto interpretando o a fare yoga per tenere la schiena in ordine o a preparare una cena per gli amici o a trovare le mie figlie sparse per il mondo... beh direi che cerco di dormire un po'. 

 
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