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The Legend of Tarzan: recensione del film dove l'epicità di un'opera scade nella sua parodia

13/07/2016 08:00
The Legend of Tarzan recensione del film dove l'epicità di un'opera scade nella sua parodia

David Yates dirige Alexander Skarsgård, il villain di True Blood, sorretto da nomi imponenti del cinema hollywoodiano come Christoph Waltz e Samuel L. Jackson, per una personale trasposizione delle storie di Tarzan, puntando però su un eroe che risulta eccessivo nella sua esposizione.

Il regista degli ultimi episodi della saga di Harry Potter, che presto ritroveremo al cinema con Animali fantastici e dove trovarli, propone un film incentrato sull’eroe selvaggio che si apre alla civiltà il cui nome è Tarzan.

The Legend of Tarzan narra la storia del ritorno dell’iconico personaggio di nome Tarzan (Alexander Skarsgård) nella giungla che gli ha dato i natali, minacciandolo, ma allo stesso tempo proteggendolo fino a renderlo uomo nell’aspetto ed animale nei comportamenti. John Clayton III è ormai divenuto un gentiluomo che vive in una Londra aristocratica, lontano dalle terre selvagge del Congo in cui aveva trascorso gran parte della sua esistenza. Sposato con Jane Porter (Margot Robbie), John è costretto ad abbandonare la vita civilizzata a cui si stava abituando, non senza fatica, per tornare in Congo su presunto invito del re del Belgio Leopoldo. Ma quando scoprirà che Léon Rom (Christoph Waltz) sta per attuare un piano per assoggettare gli abitanti delle sue terre, piano che prevede anche la sua cattura, John si spoglierà del suo titolo nobiliare per tornare a vestire i panni dell’eroe selvaggio, Tarzan, non senza l’aiuto di un fedele amico, che combatterà al suo fianco per la sua stessa causa, George Washington Williams (Sameul L. Jackson).

David Yates, dopo il trionfo alla direzione degli ultimi quattro capitoli della saga di Harry Potter, torna alla regia di un progetto che estrae le proprie radici dalle storie di Tarzan scritte dalla penna di Edgar Rice Burroughs, inserendo la leggenda del mito dell’uomo allevato dalle scimmie sullo sfondo dello sfruttamento storico di un Paese dalle risorse minerarie, il Congo. Il lungometraggio si apre con la presentazione di un eroe “smitizzato” in abiti civili, per poi ripercorrere le tappe più importanti della sua storia tramite corposi flashback mostranti la sopravvivenza di un cucciolo d’uomo in un ambiente ostile come quello offerto dalla giungla.

Partendo dunque dal mondo civilizzato inglese, lo spettatore è chiamato a “regredire” fino alle origini più animalesche dell’uomo, dunque passando dalla nobiltà del titolo sancito alla nascita alla nobiltà d’animo acquisita grazie al rispetto mostrato verso la Natura e le altre sue creature animali. A rafforzare il distacco esistente tra presunta civiltà e sincero istinto naturale sopraggiunge la fotografia, curata da Henry Braham alla sua prima collaborazione con David Yates. E allora in The Legend of Tarzan colori caldi si appropriano delle scene in cui sono perno i ricordi positivi legati all’esperienza nella giungla, mentre colori freddi hanno il sopravvento nel dipingere Londra ed i ricordi più tempestosi.

Appare evidente come il film sancisca il dominio dell’animale sull’uomo, il dominio di quell’istinto più primordiale proprio delle bestie e che l’uomo ha ereditato in quanto creatura evoluta, ma pur sempre legata inscindibilmente alla sua natura animalesca. The Legend of Tarzan asserisce la necessità dell’uomo di ricongiungersi con il suo stadio più primitivo per riscoprire quei valori propri delle creature della Natura e che l’uomo civilizzato tende a far assopire. La figura mitica di Tarzan riesce ad unire in un unico corpo l’animale evoluto e l’uomo che guarda alle sue origini, ma la sua rappresentazione, seppur attorniata da un equilibrio sorretto dalla vena al contempo saggia e umoristica impersonata dal personaggio di Samuel L. Jackson da un lato e dalla volontà di sopraffare il prossimo propria del personaggio a cui dà corpo Christoph Waltz dall’altro, dà luogo ad un eroe eccessivo, la cui epicità scade vertiginosamente verso un'accentuata parodia di se stesso, senza lasciare che il mito dell’eroe proposto rimanga tale.

 
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