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Recensione, nel film 'I miei giorni più belli' delusione e amore si scoprono nel nostro tempo

01/07/2016 12:03
Recensione film 'I miei giorni belli' delusione amore si scoprono nostro tempo

"I miei giorni più belli" è il film di Arnaud Desplechin che affronta l'adolescenza ae maturità di Paul Dedalo.

I miei giorni più belli (“Trois Souvenirs de ma Jeunesse”) è il film di Arnaud Desplechin, distribuito da Bim Film. Nel cast ci sono Mathieu Amalric, Lou Roy-Lecollinet, Quentin Dolmaire e Léonard Matton.

Il film ripercorre la giovinezza di Paul Dedalo, antropologo che lasciando il Tagikistan ricorda la sua giovinezza in tre momenti. I sedici anni sono quelli dell’infanzia a Roubaix, gli accessi di follia di sua madre che poi morirà, il legame con il fratello Ivan, che alternava unità a violenza.

A sedici anni lo vediamo con suo padre, vedovo inconsolabile. “Mia moglie è morta, e ora farai ciò che dico io”, urla il padre. Fino al viaggio in URSS, dove Paul affronta una missione clandestina che lo ha condotto ad offrire la propria identità ad un giovane russo.

A diciannove anni è con la sorella Delphine, il cugino Bob e scopre l’amore per Esther. A Parigi comincia a studiare antropologia, grazie ai consigli del professore e mentore Behanzin, la sua vocazione nascente per l’antropologia.

Il film ripercorre con un gusto proustiano il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, resa più dura da quel viaggio in Russia per alcuni casi inspiegabile ma che - con lo scambio d’identità - manovra la trama verso una svolta imprevista. Un momento quasi surreale che fa comprender come nella vita quotidiana possa innescarsi un evento inspiegabile che modifica l’ordine dei ricordi.

E Paul è l’emblema di un viaggio attuale, in cui per problematiche sociali - lui cresce nel mezzo della crisi finanziaria del 2010 - si è costretti a rivedere le priorità. E il viaggio in Russia segna proprio l’accadere di un evento incontrollato, come fu la crisi che ha modificato abitudini e aspirazioni.

Lo stesso attore, un onnipresente Quentin Dolmaire alla prima prova cinematografica dice che il protagonista è difficile da analizzare: “è qualcuno che comprende il mondo che lo circonda, ma che è completamente ‘inefficace”. Una normalità è acquista da Paul con l’amore, conoscendo Esther grazie alla quale lui pone il sentimento prima di tutto. In una scena la tranquillizza, poi lui va all’università e scopre che Il suo mentore e professore Behanzin non c’è più. “È morto due giorni fa”, incede l’assistente. Paul sviene, e lei le dice che aveva ottenuto un buon voto all’esame: anche dopo questa delusione a consolarlo sarà Esther.

Alla regia ombreggiata di Arnaud Desplechin fa da contrappunto una colonna sonora vivace, con musiche di Grégoire Hetzel e Mike Kourtzer. In film da vedere, per come raffigura i due poli della giovinezza, delusione e amore con rigore e vivi dettagli. Lo stesso personaggio di Paul diverrà più antipatico nel film “Comment je me suis disputé... (ma vie sexuelle)”, dello stesso regista Desplechin e girato nel 1996, ingabbiato tra intellettualismo e anaffettività. I due poli di quel periodo.

 
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