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Race Il colore della vittoria: recensione del film in cui lo sport batte il razzismo

30/03/2016 08:00
Race  Il colore della vittoria recensione del film in cui lo sport batte il razzismo

Stephan James è Jesse Owens, campione di colore olimpionico che vinse quattro medaglie d'oro alle Olimpiadi di Berlino del 1936, valicando i confini imposti dal razzismo e sostenendo, tramite il suo talento nello sport, l'uguaglianza e il rispetto reciproco.

Stephen Hopkins dirige il biopic Race – Il colore della vittoria, un’opera lineare, tesa a descrivere un arco narrativo incentrato sull’ascesa di un campione dell’atletica, prima americana e poi mondiale, che accese i riflettori delle Olimpiadi del 1936 su di sé, abbattendo pregiudizi razziali ed affermando l’importanza della valorizzazione del proprio innato talento.

La trama del film Race – Il colore della vittoria ha come protagonista Jesse Owens (Stephan James), studente dell’Ohio State University e atleta dalle capacità strabilianti, capace di battere ogni record sia per quanto riguarda la corsa, sia nel salto in lungo. Forte del sostegno del suo allenatore, nonché confidente e amico, il coach Larry Snyder (Jason Sudeikis), il suo nome riecheggia tra quelli pronti per partire alla volta di Berlino, dove si svolgeranno le Olimpiadi del 1936. L’acceso scambio di opinioni tra il presidente del Comitato Olimpico Americano (William Hurt), che si oppose alla partecipazione statunitense ai Giochi organizzati dalla Germania nazista, e il milionario industriale Avery Brundage (Jeremy Irons), che invece sostenne il coinvolgimento americano operando una sostanziale distinzione tra sport e politica, condusse l’America nel cuore dell’Europa, nella nazione che tre anni dopo avrebbe dato inizio alla carneficina della II Guerra Mondiale. Ma i risultati di Jesse Owens lasciarono tutti senza fiato, affermando il potere della sana competizione e del rispetto reciproco, che sconfissero moralmente una piaga mondiale: il razzismo.

Race – Il colore della vittoria presenta una sceneggiatura in grado di descrivere a pieno momenti salienti della vita e della vittoria, umana e sportiva, operata da Jesse Owens, senza tralasciare dettagli necessari inerenti alla cura del personaggio e dell’universo degli altri attanti disposti accanto a lui. Stephan James offre una mirabile performance degna di nota per un film che cattura lo spettatore e lo conduce per mano ai fatti che si svolsero nella prima metà del Novecento. Lo spettatore segue da vicino il protagonista, ammira le conquiste del campione e ammonisce gli errori dell’uomo, per una rappresentazione che si muove abilmente nei meandri della Storia e dello sport. Stephen Hopkins tesse in modo esemplare il discorso politico intorno al quale Jesse Owens corre, si scontra, cade e si rialza, permettendo all’uomo che si cela dietro lo sportivo di mostrare se stesso e, vincendo le proprie paure e riappropriandosi della propria identità, affermare non solo il proprio talento, ma anche l’infondatezza di ideali umani precostituiti, primo tra tutti il concetto di razzismo.
Stephen Hopkins permette alla politica dittatoriale della Germania intrisa di razzismo nazista di incontrare lo sport e i suoi giusti ideali di eguaglianza e rispetto reciproco incarnati da un atleta di colore. L’incontro avviene non solo in quanto politica e sport si ritrovarono nello stesso momento nello stesso luogo, in uno stadio mastodontico allestito per le Olimpiadi del 1936, ma anche grazie all’intervento formale del regista. Da una parte la figura di Goebbels osserva da lontano, si percepiscono solo i contorni della sua persona, che si staglia in nero sullo sfondo di determinate inquadrature; dall’altra la figura di Jesse Owens partecipa attivamente, ma anche della sua persona in alcune inquadrature si percepiscono unicamente i contorni, stagliandosi anch’egli in nero in inquadrature che danno sugli spalti gremiti di pubblico. Due uomini, senza distinzioni di razza o di credo politico, protagonisti di inquadrature costruite in modo speculare, ma la distinzione è sancita: il primo crede di potersi proclamare il vincitore, il protagonista delle Olimpiadi del 1936, l’altro lo è.

Race – Il colore della vittoria, dunque, è un film che mostra come la potenza dello sport, dell’unione tra più sportivi riuniti per sfidarsi nel rispetto reciproco senza distinzioni di alcun tipo, valicando le barriere imposte dal colore della pelle, possa denunciare efficacemente l’assurdità di dettami politici e superare i limiti del razzismo, affermando l’importanza di credere in se stessi e nel proprio talento.

 
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