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Frankenstein: recensione del film viaggio nella coscienza umana tra amore ed odio

17/03/2016 08:00
Frankenstein recensione del film viaggio nella coscienza umana tra amore ed odio

Bernard Rose dirige Xavier Samuel in un nuovo adattamento del romanzo di Mary Shelley. La storia del mostro che tenta di trovare un equilibrio tra vita e morte, tra amore ed odio, rivive sul grande schermo nel nuovo film incentrato su Frankenstein, ambientato nella moderna Los Angeles.

Xavier Samuel è il protagonista di Frankenstein, il film drammatico scritto e diretto da Bernard Rose che rivisita un classico della letteratura come il romanzo di Mary Shelley.

Frankenstein mostra una trama che trae spunto dall’omonimo e celebre romanzo di Mary Shelley, ma trasposta ai giorni nostri. A Los Angeles una coppia di scienziati ha dato vita ad un esperimento che si chiede se sia etico o meno quanto è stato portato a termine: la scienza è stata in grado di donare la vita, ma con essa può scaturire anche una coscienza pensante, che sappia distinguere tra bene e male, tra amore ed odio? Il dottor Victor Frankenstein (Danny Huston), accecato dalla possibilità che il suo esperimento possa valicare i confini scientifici fino ad allora espressi, conduce con ardore e maniacalità le fasi della realizzazione di un essere perfetto, sostenuto dalla moglie Elizabeth (Carrie-Anne Moss). Ma complicazioni inaspettate costringono gli scienziati a misure estreme insegnando alla creatura senza peccato che i due hanno partorito cosa sia il dolore e il tradimento. Prendendo coscienza del suo stato di semi-vivente, sotto le spoglie di un essere non umano che vaga in cerca di vendetta e al contempo di riposo, il mostro (Xavier Samuel) si macchierà di atrocità in scala crescente, cercando di inserirsi in un mondo che lo ha abbandonato invece di accoglierlo.

Bernard Rose si è occupato della regia e della sceneggiatura di un adattamento che trae linfa vitale dall’opera scritta da Mary Shelley, fornendole però un tocco moderno, anche se poco originale ed accattivante. Tutta la vicenda si svolge attorno al perno rappresentato dal mostro, uno zombie che intraprende un lungo e tormentato cammino alla ricerca di se stesso e di una possibile coscienza degli atti da lui commessi. Il regista propone un racconto che predilige il punto di vista del mostro, un outsider proiettato nel mondo odierno, ma in realtà intrappolato in una dimensione altra. Accanto alla disturbante figura del mostro, Bernard Rose introduce non solo un padre, il razionale Victor Frankenstein interpretato da Danny Huston, ma soprattutto una figura materna, un’amorevole madre nelle cui vesti si è calata Carrie-Anne Moss, che cerca di prendersi cura della sua creatura, come si evince dalle scene iniziali in cui l’esperimento sembra ancora svilupparsi in una dimensione idilliaca, perfetta, ma che poi inevitabilmente se ne distacca, tentando, non senza sacrificio e sforzo, di ricucire una relazione infranta.

Frankenstein aspira ad una visione quasi documentaristica della vicenda: Bernard Rose non solo utilizza un taglio di inquadrature volte a creare un’atmosfera di solitudine che avvolge il protagonista, il mostro, ma indaga anche con una fotografia opaca il mondo circostante, le azioni e le reazioni alla sua esistenza, suggerendo come l’esperimento non sia ancora terminato, ma si compia durante l’evolversi dei toni drammatici del film. Tutto ruota intorno alle scelte operate dal mostro, il cui aspetto è stato incarnato da Xavier Samuel, che può comunicare il suo stato al mondo esterno usufruendo di pochi dialoghi. Il protagonista, infatti, è chiamato ad agire e l’attore deve comunicare il suo pensiero o non-pensiero attraverso l’espressività del gesto, non potendo contare sull’eloquenza della sua parola, quasi assente nel film. A curare l’aggressività esasperata del mostro vi è la madre: come l’Edipo di freudiana memoria, anche il mostro instaura un intenso legame con la madre, mentre vuole condannare il padre, cercando un equilibrio tra le due pulsioni di amore ed odio che entrano in possente contrasto dentro di lui.

Il film drammatico esposto da Bernard Rose non stupisce, ma immortala una personale visione di cosa sia la coscienza di un atto puro, come l’amore, e di un atto impuro, come l’odio, incanalando le reazioni alle due divergenti emozioni in un unico corpo, quello martoriato del mostro che non ha scelto di vivere, ma si trova da solo davanti alla sua esistenza e cerca di peregrinare e di conquistare libero accesso alla sua coscienza di essere pensante.

 
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