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El abrazo de la serpiente, i misteri dell'Amazzonia per la prima volta al cinema: la recensione del film di Ciro Guerra

29/02/2016 13:00
El abrazo de la serpientemisteri dell'Amazzonia per la prima volta al cinema la recensione del film

El abrazo de la serpiente, un gioiello della cinematografia colombiana: non è mancata qualche sorpresa agli Oscar 2016, ma il film di Ciro Guerra non riesce ad aggiudicarsi la statuetta contro il candidato favorito alla corsa, Il figlio di Saul.

El abrazo de la serpiente (Embrace of the Serpent) sarà presentato in anteprima italiana al Bergamo Film Meeting (dal 5 al 13 marzo). Il terzo lungometraggio di Ciro Guerra si addentra nel cuore della foresta amazzonica per offrirci una storia, raccontata per la prima volta, dal punto di vista di un indigeno, lo sciamano Karamakate.

Meraviglia, potenza, avventura: è un viaggio lungo paesaggi misteriosi, immortalati nel mito da un'ipnotica fotografia, alla scoperta di preziose conoscenze andate perdute. Sfioriamo le barbarie dei colonizzatori, ci sorprendiamo complici dello sterminio di moltissime comunità indigene cancellate dalla storia. Tuttavia, El abrazo de la serpiente non è un film sulle conseguenze del colonialismo, ma l'esplorazione sugli effetti dello scambio di due culture diverse.
Ed è un'opera vibrante, sorda agli echi didascalici: l'agile ritmo narrativo, infatti, riserva momenti di ilarità e colpi di scena che preludono a un finale inaspettato.

L'Amazzonia oggi. Nonostante l'interesse acceso sul “polmone del mondo”, quanto ne sappiamo dei nativi? Ad oggi, le popolazioni sopravvissute non hanno avuto voce in merito.
Ci sono i resoconti degli esploratori occidentali, ma nessun contributo di chi conosce l'ecosistema di questo polmone verde, grande quanto un continente.

Ciro Guerra in El abrazo de la serpiente ha il merito di aver portato sul grande schermo un'Amazzonia, di cui oggi non c'è più traccia: un'opera che ha del miracoloso per la fedeltà alla memoria di un immenso patrimonio culturale, tramandato oralmente per secoli, ora risucchiato dall'oblio.
Eppure, l'Amazzonia avverte che Madre Terra presenta il conto, da un passato (presente) attivo nel depradarla in nome del profitto, non possiamo che aspettarci scenari futuri nefasti.

Sulla via della Yakruna. El abrazo de la serpiente ripercorre i diari di due esploratori che si avventurano nell'Amazzonia colombiana, a distanza di qualche decennio l'uno (1909) dall'altro (1940): l'esploratore ed etnologo tedesco Theodor Koch-Grünberg (interpretato da Jan Bijvoet) e il biologo statunitense Richard Evans Schultes (Brionne Davis). Entrambi chiederanno aiuto a Karamakate per trovare la Yakruna, una pianta sacra che si arrampica sull'albero del cacciù, capace di guarire le malattie di spirito e corpo.

La cultura indigena a confronto con la scienza. Sono due incontri che, in realtà, si fondono in un'unica esperienza per lo sciamano, ultimo superstite del popolo Cohiuano, che vive in un volontario isolamento. Ciro Guerra, infatti, comincia a scrivere la sceneggiatura partendo dal concetto di tempo inteso dagli indigeni: non lineare, ma una molteplicità simultanea, come condiviso dalla fisica quantistica. L'idea è “di un solo uomo, di una sola vita, di una sola esperienza vissuta attraverso il corpo di molti uomini”. Anche il passato e il futuro sono invertiti: i nativi riconoscono il passato nel domani, come guida per attraversare le trappole del futuro.

La guerra del cacciù. Pur riluttante, il giovane Karamakate (Nilbio Torres, indigeno Cubeo) accetta di accompagnare Theo, malato e assistito dalla guida Manduca (Yauenkü Migue, alias Miguel Dionisio Ramos, indigeno di Ticuma), a patto di rispettare certe condizioni.
Lunga la via, alla ricerca della Yakruna, s'imbatteranno in uno schiavo dei baroni del cacciù e nella follia di un missionario spagnolo dedito alla “salvezza” di bambini rimasti orfani.

L'amicizia tradita. Molti anni dopo, l'ormai anziano Karamakate (interpretato da Ta'fuiyama, alias Antonio Bolívar Salvador Yangiama, ultimo rappresentante di un'etnia che è un misto di Ocaina e Huitoto) è diventato un chullachaqui, un guscio vuoto e sordo al linguaggio della foresta, quando Evans incrocia il suo destino. Anche l'americano cerca la yakruna, ma per motivi differenti.
In comune, i due uomini bianchi hanno un bagaglio di carte e strumentazioni che appesantisce inutilmente la canoa, ma di cui non riescono a liberarsi: “Sono solo oggetti” ammonisce Karamakate “ti porteranno alla morte e alla follia”.
L'amicizia tradita di Theo ha sedimentato il dolore nello sciamano, ma il viaggio insieme a Evans desterà i ricordi attraverso il ritorno di luoghi già visitati.

L'incontro del peggio tra due mondi. Karamakate ed Evans finiranno prigionieri in una comunità di indigeni che adora il proprio Gesù bianco: è una sequenza di scene allucinanti che riporta alla memoria “l'orrore, l'orrore” rievocato dal colonello Kurtz (Marlon Brando) in Apocalypse Now (1997), il film di Francis Ford Coppola ispirato dal Cuore di tenebra di Joseph Conrad.

L'inattesa benedizione. È la prima troupe che accede nel ventre della foresta amazzonica da, almeno, un trentennio. La realizzazione è stata estremamente complicata per le difficoltà logistiche e i repentini cambiamenti ambientali che condizionano l'aspetto delle location, i tempi stretti di lavorazione e le poche disponibilità economiche. Le prime due settimane di riprese, in balia dei contrattempi costantemente in agguato, gettano il regista nello sconforto. Forse il progetto è troppo ambizioso, riflette, supportato da un eccesso di ottimismo fuorviante. E invece, quando la produzione chiede l'intercessione dei payè, i saggi della comunità, la foresta comincia a mostrarsi benevola.

Dalla sceneggiatura ai costumi, El abrazo de la serpiente conta sulla generosa collaborazione delle popolazioni indigene che, comprese le buone intenzioni della troupe, si entusiasmano al progetto.
Nove sono lingue parlate (spagnolo, catalano, portoghese, tedesco, cubeo, wanano, tikana e huitoto) da un cast eccezionale, a partire da Nilbio Torres e Antonio Bolívar , nei panni del carismatico protagonista capace di bucare, letteralmente, lo schermo e nel quale finiamo di immedesimarci.

 
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Scritto da
Carla Paulazzo
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