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Intervista Maraviglioso Boccaccio, Taviani: anche oggi c'è la peste

24/02/2015 13:00
Intervista Maraviglioso Boccaccio Taviani anche oggi c'è la peste

Maraviglioso Boccaccio, intervista ai fratelli Paolo e Vittorio Taviani, e a Kasia Smutniak. Il film uscirà nelle sale il 26 febbraio.

Mauxa intervista i due registi e sceneggiatori Paolo e Vittorio Taviani (Kaos, Cesare deve morire), insieme alla bellissima Kasia Smutniak (Allacciate le cinture), in occasione dell’uscita del film Maraviglioso Boccaccio il 26 febbraio. Dopo “Il giovane favoloso” di Mario Martone, prosegue questa ritrovata tendenza del Cinema italiano a riscoprire gli autori classici. Così i Taviani decidono di portare sul grande schermo il Decameron di Giovanni Boccaccio, già omaggiato da Pier Paolo Pasolini nel 1971.

D. Come mai in questo momento un film sul Decameron?

R. Vittorio Taviani: Noi volevamo parlare dei giovani di oggi, che vivono in un mondo dove c’è la peste, metaforicamente rappresentata dalla disoccupazione, dall’orrore concreto dell’Isis etc. Ci siamo detti a questo punto: noi che abbiamo da anni pensato di attingere al patrimonio del Decameron, perché non portarlo al Cinema ora? Inoltre amiamo quest’opera per la sua scrittura, senza contare che Boccaccio non ha inventato personalmente le storie di cui racconta; le novelle infatti le ha prese da un grande patrimonio popolare italiano ed europeo: questo significava cogliere le origini più profonde del nostro popolo. Oggi è dunque arrivato il momento di raccontare questa storia. 

D. Eppure questa sembra una storia di fuga.

R. V. Taviani: I protagonisti della storia sono mossi da una forza disperata causata dalla peste incombente; voglio uscire dalla negazione del loro essere e ritornare a respirare. Non fuggono da Firenze, loro si allontanano da un luogo nefasto, per arrivare in un posto dove la natura è amica e dove loro ricostituiranno una piccola civiltà. 

D. Le donne hanno un ruolo fondamentale in questa pellicola.

R. Paolo Taviani: Questo è un film al femminile: le donne hanno l’iniziativa di uscire dalla città, di raccontare le novelle e di attingere all’arte per sopravvivere insieme; anche se sarà poi un uomo alla fine che è necessario tornare a Firenze: infatti è proprio dell’essere umano l’organizzazione civile.

D. Com’è stato lavorare con Kasia Smutniak?

R. P. Taviani: Kasia è una grande attrice, che è riuscita ad esprimere tutto il dolore del suo ruolo. Quando ad un certo punto Ghismunda dice dell’amato deceduto “Io l’ho amato, e se dopo morte si ama, io lo amerò ancora”. Lei dice ciò con una tensione così forte che fa quasi sperare che esista un aldilà. E poi ha una capacità di comunicazione straordinaria, essendo inoltre molto bella.

D. Cosa pensi di aver imparato da questo film?

R. Kasia Smutniak: È stata un’esperienza fortissima. Ho imparato tanto e ho finito il film con il rimpianto di essere nata troppo tardi. Tutta la lavorazione è stata molto intensa ed è stato un onore poter lavorare con Paolo e Vittorio. Inoltre è un piacere stare su un set con costumi meravigliosi, e delle ambientazioni da sogno. Ho cercato di vivere ogni secondo della lavorazione, ascoltando i racconti delle persone che hanno fatto la storia del cinema: ogni momento sul set mi regalava qualcosa.

D. Come sono state scelte le novelle?

R. V. Taviani: Questa per noi è una domanda molto ambigua, perché ne avevamo scelte tante; qualcuno ci ha proposto di continuare con altre novelle, magari con l’aiuto di giovani registi, per raccontarle tutte: una specie di serial. Alcune novelle a noi molto care, però troppo vicine a quelle già scelte, siamo stati costretti a scartarle, per rimandarle ad un domani. Abbiamo quindi trasposto tre novelle drammatiche e due grottesche. Inoltre quelle che abbiamo scelto dovevano parlare di noi; la novella di Calandrino, per esempio. Questo personaggio è un babbeo, che viene convinto dagli amici dell’esistenza di una pietra che fa diventare invisibili; a questo punto, una volta trovata la fatidica pietra e pensando perciò di essere invisibile, inizia a fare scherzi cattivissimi. Ma se a noi venisse data la possibilità di diventare invisibili? Sinceramente credo che tutti noi faremmo cose nefaste.

D. Come ti sei approcciata al Boccaccio?

R. Smutniak: io l’ho studiato a scuola in Polonia, però mi ricordo poco. Il Decameron letto in chiave moderna è molto più semplice da capire, e probabilmente non ho avuto la fortuna di trovare un insegnante che sapesse farmi capire la concretezza di certe cose: i sentimenti sono universali. Inoltre penso che per gli attori non serva sempre leggere il testo da cui è tratto il film: in questo caso io mi sono concentrata sui sentimenti reali e ho cercato di renderli più veri e moderni.

D. Avete cambiato completamente tema rispetto a “Cesare deve morire”.

V. Taviani: Invece non è proprio così, il sentimento che ci ha spinti a fare i due film è il medesimo. In entrambi i casi parliamo di sofferenza, anche se in “Cesare deve morire” si trattava di ergastolani, che però riscoprono l’arte e il teatro: quando entravano in scena non erano più li stessi, erano per poche ore uomini liberi. Idem in “Maraviglioso Boccaccio”, i ragazzi cercano un periodo di libertà e gioia, per tornare a respirare; e ci riescono raccontando novelle.

D. Le luci e i paesaggi rimandano ad un arte pittorica precisa?

R. P. Taviani: Abbiamo preso spunto da Giotto e Masaccio. Noi insieme al direttore della fotografia, nella prima parte abbiamo apportato una luce più cruda e cupa, con dei rossi iniziali violenti e poi invece più fredda e giallastra. Anche tutto nell’episodio di Ghismunda il colore dominante è il rosso cupo: perfino in punto di morte lei si coprirà con un telo rosso. Così, ogni novella è caratterizzata da una sua peculiarità cromatica.

D. Qualche curiosità?

R. P. Taviani: Nel finale che avevamo ideato inizialmente, quando i ragazzi sono sotto la pioggia, la telecamera avrebbe dovuto inquadrare il cielo, attraversarlo, e continuare verso i pianeti fino a che non fosse arrivato a Mercurio; a quel punto la telecamera avrebbe dovuto soffermarsi su un cratere, che gli scienziati hanno chiamato: Giovanni Boccaccio.

 
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