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Intervista Scusate se esisto, Riccardo Milani: parlo della necessità di nascondersi

18/11/2014 13:00
Intervista Scusate se esisto Riccardo Milani parlo della necessità di nascondersi

Scusate se esisto, intervista al regista Riccardo Milani e al cast composto da Paola Cortellesi, Raoul Bova e Antonio D'Ausilio. Il film uscirà nelle sale il 20 novembre.

Mauxa intervista Riccardo Milani, Paola Cortellesi, Raoul Bova e Antonio D’Ausilio in occasione della presentazione del loro ultimo film Scusate se esisto!, in uscita nelle sale il 20 novembre. Terzo film per Paola Cortellesi insieme al marito-regista Milani, secondo in coppia con Raoul Bova, dopo il grande successo di Nessuno mi può giudicare. Una scorpacciata di divertimento in questa commedia, toccando anche temi delicati quali i diritti delle donne in campo lavorativo e la difficoltà di fare outing con il proprio figlio.

D. Qual’è l’idea principale in questa pellicola, e come mai sono stati scelti Raoul Bova e Paola Cortellesi per rappresentarla?

R. Riccardo Milani: L’idea era di mettere al centro della storia una donna, con tutto ciò che comporta al giorno d’oggi. Insieme a Paola, che ha anche collaborato nella stesura della sceneggiatura, abbiamo raccontato le difficoltà che può incontrare una donna nel mondo del lavoro, rispetto ad un uomo. Poi sono venuti fuori anche gli altri temi, quello della diversità, del lavoro e delle periferie. Sopra tutti questi argomenti poi si erge quello della necessità di nascondersi, di celarsi, che ognuno di noi ha, chiunque esso sia: non dire tutta la verità, per scelta o per necessità. Per quanto riguarda la composizione del cast, l’intuizione è arrivata immediatamente. Stimo moltissimo Raoul come attore, inoltre ci sembrava che non avesse mai interpretato un ruolo simile, un personaggio molto complesso. Lui è riuscito comunque a trovare la misura perfetta.

D. Avendo tu scritto la sceneggiatura, cosa tenevi a dire in particolare?

R. Paola Cortellesi: Questa è la prima sceneggiatura che scrivo. Volevo raccontare qualcosa che conosco, un po’ autobiografico: anche se le donne hanno successo, a parità di competenze e bravura hanno ancora maggiore difficoltà nel trovare un posto ed avere la stessa considerazione riservata agli uomini. Così la protagonista, quando ritorna in Italia, non riesce a trovare un lavoro per questo motivo. Per ribellarsi da questa condizione finge quindi di essere un uomo. Questo ci premeva raccontare, il fatto che si possa arrivare a fingere di essere qualcun altro per i propri scopi. Questa commedia è attinente alla contemporaneità. L’incontro per Serena con Francesco (Raoul Bova ndr) è importante nella storia, si innamora al primo sguardo, però scoprirà presto di non essere corrisposta a causa del suo orientamento sessuale. Questo creerà solo un attimo di freddo, perché poi quello che volevamo raccontare era un amore condiviso da due persone che non hanno lo stesso orientamento sessuale, ma che convivono e stanno insieme teneramente: una specie di coppia di fatto.

D. Quanto è stato complicato interpretare un ruolo così delicato?

R. Raoul Bova: Quando leggo un copione, leggo la storia in primis, cosa vuole raccontare. Il mio può essere considerato un personaggio “delicato”, anche a causa del fatto che è stato rappresentato spesso in maniera sbagliata, come una macchietta, e questo può essere “pericoloso”. Ma avevo la consapevolezza di una sceneggiatura ben scritta e di un bravo regista. Quello che più mi ha colpito è il fatto che una commedia possa far ridere anche trattando temi importanti, questa la trovo una cosa fondamentale. Oggi si vedono molte commedie che non affrontano problemi, mentre questa va a fondo nelle questioni e fa anche ridere. Il mio personaggio mi ha appassionato proprio perché non ho considerato l’omosessualità, vedevo più importante il discorso dell’apparire, la paura di mostrare quello che si è per non perdere la fiducia, la stima e l’amore delle persone care. Al giorno d’oggi siamo un po’ costretti in alcuni limiti, bisogna fare il bravo figlio, bravo padre, brava madre… Eppure lo saremmo ugualmente anche essendo noi stessi. Con l’educazione, la sensibilità, e il rispetto si può trovare la strada per riscoprire il proprio io, trovare la propria realtà. La storia con mio figlio nel film dimostra tutto ciò, infatti lui mi accetta per quello che sono. Spesso ci facciamo noi troppi problemi, quando invece le persone ci vorrebbero anche con i nostri difetti.

D. Voi avete girato in un quartiere complicato che è quello del Corviale, ci sono state delle difficoltà?

R. Milani: Non c’è stata alcuna difficoltà sul piano tecnico, bisogna però saper andare con il senso della misura in luoghi che non ti appartengono. Io sono cresciuto in periferia, così come Paola, quindi sapevamo quello che stavamo raccontando. La cosa più complicata era riprodurre la realtà effettiva con attori professionisti, per questo ho scelto persone del Corviale per interpretare i ragazzi del posto. L’elemento importante è che la periferia è messa al centro del racconto. Serena ha una visione etica dell’architetto, pensa che costruire case belle renda la gente migliore, quindi ritiene che quel chilometro di cemento che è il Corviale vada bonificato. Inoltre la storia si rifà ad un progetto che esiste nella realtà, che si chiama “Il chilometro verde”, ed è proprio una donna che l’ha realizzato: dovrebbe partire nel 2015.

R. Cortellesi: ci piaceva l’idea di parlare del Corviale, raccontare dei disagi e dei pochi servizi che ci sono. Il mestiere di architetto viene spesso accostato unicamente alla costruzione di grandi opere, musei o ponti. Mentre l’architettura in senso etico è rappresentata dalle case, i posti in cui la gente vive. La riqualificazione del piano libero del Corviale, che non vuole gettare altro cemento, darebbe dei servizi alla gente che ci abita. Avere spazi culturali, aggregativi per giovani e anziani, permetterebbe loro di tenere molto di più al luogo in cui vivono, e ciò può condurre gli individui ad avere una maggiore consapevolezza di sé e di ciò che li circonda.

D. Tu sei un impiegato costretto ai voleri del capo architetto, così come Paola, cosa fa il tuo personaggio?

R. Antonio D’Ausilio: Sono uno di quei dipendenti che è costretto a fingere di essere ciò che non è, in particolare io dico di tifare Juventus per compiacere al mio capo, nonostante sia in realtà un tifoso sfegatato del Napoli. Sono una specie di schiavo in quello studio, che si trasforma in una catena di montaggio da cui neanche una laurea ti puoi salvare.

D. Ci sono dei pregiudizi nei confronti della vostra persona. Paola, pur essendo una bella donna, viene spesso considerata solo per la sua bravura. Mentre Raoul, pur essendo un bravissimo attore, viene solo percepito come “il Bello”. Come se ne esce da questo circolo vizioso?

R. Cortellesi: Una volta io e Raoul abbiamo incontrato una signora molto gentile sul set di “Nessuno mi può giudicare”, che per farci un complimento ci disse: “Paola complimenti sei bravissima”. Poi ha guardato Raoul e ha detto: “Raoul tu sei bellissimo”. Ci siamo guardati e poi dico a Raoul: “Quindi tu sei una schifezza a recitare e io sono una cozza!”. Queste sono le etichette che ti appiccicano addosso, Raoul è un attore straordinario, però naturalmente la prima cosa che si nota è la sua bellezza fisica. Nel mio caso invece, in una crescita professionale ero più interessata a fare certe cose, e in quelle cose che ho fatto non c’era la necessità di apparire belli e avvenenti. Ho fatto molta parodia in tv e tanto teatro, e questo ti salva perché non è necessario essere particolarmente belli.

R. Bova: Ci sono degli stereotipi, anche i registi ti prendono per il tuo aspetto fisico. Questa è una situazione che a volte può andare un po’ stretta, però se ti imbruttisci per dimostrare la tua bravura rischi di ottenere l’opposto, in realtà poi cambi la tua natura. Per me la cosa più onesta è essere se stessi, andare avanti con la propria faccia ed il proprio corpo, non c’è bisogno di diventare qualcos’altro. La bravura si conquista con il tempo, e anche il mio personaggio è abbastanza auto-ironico sulla bellezza. Francesco è stato costruito appositamente per risultare caricaturale. Uno che avesse voluto sembrare bravo questo ruolo probabilmente non l’avrebbe accettato, in realtà bisogna anche ironizzare su se stessi, ritengo sia un segno di apertura mentale, di maturità.

D. Questo film parla d’Italia, delle sue debolezze e problemi, però la tua non si può considerare una visione pessimistica, tutt’altro. Qual’è il tuo pensiero sul Bel Paese?

R. Milani: Soffro molto quando sento i miei connazionali parlare male dell’Italia. È troppo facile comportarsi in questa maniera, sembra sempre che si abbia la ricetta in tasca per tutto, sembra che tutti siano più capaci di altri. È un segno di immaturità, un atteggiamento autolesionista. L’Italia è in grado di sfornare grandi talenti e offrire opportunità. Personalmente non ho mai avuto l’aspirazione dell’estero, alcuni vanno a Parigi per esempio a fare ciò che potrebbero fare tranquillamente qui: sembra che fare il cameriere all’estero abbia un altro peso. Non riuscirò mai a comprendere il piacere sottile che molti provano nel parlar male dell’Italia, per me è un luogo meraviglioso.

 
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