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Libro L'Antico Regime e la Rivoluzione, Alexis de Tocqueville: cause e paradossi in prospettiva

12/02/2014 15:05
Libro L'Antico Regime la Rivoluzione Alexis de Tocqueville cause paradossi in prospettiva

Storia - Alexis de Tocqueville, "L'Antico Regime e la Rivoluzione": pubblicato nel 1856, il libro segna una svolta nella storiografia della Rivoluzione e contribuisce a chiarire i motivi per cui essa scoppiò proprio in Francia.

L'Antico Regime e la Rivoluzione di Alexis de Tocqueville - Al suo comparire la Rivoluzione francese è considerata dai principi e gli uomini di Stato europei come un malanno fisiologico nella vita del popolo: un incidente locale e passeggero di cui, magari, approfittare per delineare nuovi assetti politici. Anche in Francia si sottovaluta la sua portata. Intanto, la Rivoluzione segue il suo corso finché non rivela quello che è diventata: un mostro capace di distruggere le istituzioni politiche e civili, di sovvertire gli usi, i costumi e persino la lingua di un popolo. Non si accontenta di abbattere la monarchia, ma arriva a scuotere le fondamenta sociali con una violenza e una dinamica sconosciute fino ad allora. Nella storia entrano in scena le “opinioni armate”, secondo il politico britannico William Pitt, e lo fanno con una potenza inaudita. Contro ogni previsione, la Rivoluzione seppellisce i confini, le corone e i popoli che, tuttavia, si uniscono alla sua causa.

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La natura anarchica della Rivoluzione francese - La Rivoluzione combatte la Chiesa: la passione irreligiosa è la prima ad innescarsi e l'ultima a spegnersi. In realtà, è un tratto irrilevante dello spirito rivoluzionario - la fede religiosa è radicata nel cuore di un popolo - un corollario delle idee della filosofia del Settecento: l'uguaglianza naturale uomini, l'abolizione della casta, la sovranità al popolo, l'uniformità delle regole. Il clero rappresenta il privilegio nell'Ancien Régime: non è in discussione l'amministrazione spirituale delle cose ultraterrene dei sacerdoti, ma quella materiale del Primo Stato, proprietari che riscuotono le decime.
La natura anarchica della Rivoluzione deriva dal proposito di abolire, senza compromessi, l'Ancien Régime e, per riuscirci, deve attaccare contemporaneamente tutti le forme di espressione del potere costituito: “vuotare lo spirito umano di tutte quelle idee sulle quali si erano basati fino ad allora il rispetto e l'obbedienza”.

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Differenze tra la monarchia francese e quella inglese - Nella Francia prerivoluzionaria vige un'amministrazione centralizzata dello stato che digerisce i residui del potere locale: la gerarchia dei funzionari finisce per sostituire il governo dei nobili. Il potere amministrativo dei funzionari innesca di per sé una piccola rivoluzione politico-sociale.
È già accaduto in Inghilterra, in cui l'antica costituzione è in vigore solo apparentemente. In realtà nel XVII secolo, al di là della Manica, il regime feudale è sostanzialmente abolito: le classi si confondono, la casta aristocratica apre le sue porte ai borghesi arricchiti. Vice l'uguaglianza di fronte alla legge e rispetto al fisco. Si può godere della libertà di stampa. La monarchia inglese non solo resta in piedi, ma è rinvigorita grazie ai cambiamenti metabolizzati: “Nel diciottesimo secolo, in Inghilterra, gode il privilegio d'imposta il povero; in Francia, il ricco. Là, l'aristocrazia si è assunta tutti i gravami pubblici più pesanti, affinché le si permetta di governare; qui, ha mantenuto perfino l'esenzione dalle imposte, per consolarsi di aver perduto il potere”.
In Francia, il re ha abolito le libertà provinciale sostituendosi ai poteri locali. Di conseguenza, Parigi diventa essa stessa la Francia: questi due fatti, considera Tocqueville, basterebbero a spiegare la rovinosa caduta di una monarchia secolare, spazzata via in un solo colpo “convulso e doloroso”.

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Il ruolo degli intellettuali - Da tempo la Francia è lo stato intellettualmente più progressivo d'Europa. Tuttavia, gli uomini di lettere, diversamente che in Inghilterra, non partecipano alla cosa pubblica, né hanno alcuna funzione pubblica. D'altro canto, non rimangono relegati nell'ambito delle Belle Arti come in Germania, ma si occupano di politica: “Ogni giorno li sentivate discorrere sull'origine delle società
e sulle loro forme primitive, sui diritti primordiali dei cittadini e su quelli dell'autorità, sui rapporti naturali e artificiali degli uomini, sull'errore e la legittimità del costume e anche sui principi delle leggi”.
Divergono sulle proposte riguardo ai diversi sistemi di governo da adottare, ma concordano su un punto inequivocabile: basta privilegi, è necessario istituire regole semplici basate sul lume di ragione e il diritto naturale di ogni individuo.
Estranei alla pratica dell'esercizio politico, discutono di principi astratti, mai di proposizioni concrete, seducendo la folla.
Se i francesi avessero continuato a partecipare al governo come un tempo negli Stati generali non si sarebbero appassionati alle idee dei filosofi. L'aristocrazia non si occupa da tanto tempo degli affari pubblici e, anzi, paradossalmente, si allea con gli intellettuali abbracciandone “le dottrine più contrarie ai suoi particolari diritti e anche alla sua esistenza, le parevano giochi molto ingegnosi dell'intelligenza; vi partecipava anch'essa volentieri per passare il tempo e godeva pacificamente delle proprie immunità e dei propri privilegi, dissertando con serenità sull'assurdo degli usi tradizionali”.
Come all'epoca dei suoi antenati, Luigi XVI vede nell'aristocrazia il suo peggiore nemico e considera, anacronisticamente, la borghesia e il popolo come leali sostenitori del trono.
Nessuna avvisaglia sembra preannunciare la catastrofe da parte degli interessati al mantenimento dell'Ancien Régime. La routine politico-sociale sembra scorrere sorniona. In realtà, sullo sfondo sono già visibili le fauci del mostro disposte a ingollare l'Antico Regime al grido di Liberté, Égalité, Fraternitè.

 
© Riproduzione riservata
Scritto da
Carla Paulazzo
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